Droga, ecco perché la Consulta ha bocciato la Fini-Giovanardi

La cosiddetta Fini-Giovanardi sulle droghe ha introdotto attraverso un maxi-emendamento modifiche del tutto estranee al decreto legge di partenza, varando una riforma cosi’ incisiva sul piano politico, giuridico e scientifico che proprio per questo avrebbe meritato ben altro approfondimento nel dibattito parlamentare. Un dibattito compresso dai tempi rapidi dell’iter di conversione del decreto e schiacciato dal voto di fiducia che lo stesso governo pose sul maxi-emendamento, "precludendo una discussione specifica e una congrua deliberazione" sui singoli punti. E’ per questi motivi che la Corte Costituzionale ha giudicato illegittima la legge e precisamente due articoli, aggiunti in sede di conversione al cosiddetto decreto-Olimpiadi, varato dal governo a fine 2005 e convertito a inizio 2006.

La norma conteneva misure sulle olimpiadi invernali, contro il terrorismo e la criminalita’ organizzata e anche per impedire l’interruzione dei programmi di recupero dalla tossicodipendenza. Ma queste ultime si trasformarono, nella legge di conversione, in norme sulle droghe, cancellando la distinzione tra legge e pesanti e anche la diversificazione nelle pene previste per i diversi reati. La questione e’ finita di fronte alla Corte Costituzionale, che l’ha discussa e decisa tra l’11 e il 12 febbraio. Oggi il deposito delle motivazioni, estensore il giudice Marta Cartabia.

La decisione della Corte, come spiega la sentenza, riguarda un problema di natura procedurale: l’iter di conversione di un decreto e la violazione dell’articolo 77 della Costituzione. In sostanza, la possibilita’ di emendare un decreto durante la fase di conversione in legge – passaggio parlamentare semplificato e particolarmente rapido – non e’ incondizionata, ma incontra dei limiti. Quindi "la legge di conversione non puo’ aprirsi a qualsiasi contenuto ulteriore.

Diversamente, l’iter semplificato potrebbe essere sfruttato per scopi estranei a quelli che giustificano l’atto con forza di legge, a detrimento delle ordinarie dinamiche di confronto parlamentare", scrive la Corte.

Le conseguenze di questa decisione sono pero’ piu’ ampie, perche’ i due articoli decadono e con essi la parificazione delle droghe leggere a quelle pesanti. Di conseguenza, spiega la sentenza, torna in vigore la legge sulle droghe precedente alla Fini-Giovanardi, ossia la Iervolino-Vassalli (modificata dal referendum del ’93 che aboli’ il carcere per l’uso personale).

Quanto ai singoli imputati, il giudice comune dovra’ tener conto del favor rei, cioe’ del principio che implica l’applicazione della norma penale piu’ favorevole. Di fatto, come spiega il penalista Roberto Afeltra, tornando in vigore le norme precedenti, "le sanzioni per le droghe leggere si riducono e tornano da un minino di 2 a un massimo di 6 anni di carcere, ma in virtu’ del favor rei si riducono anche quelle per le droghe pesanti, passando da un minimo di 6 a un massimo di 20 anni, anziche’ 8-20 anni. Inoltre, sara’ possibile chiedere la rimodulazione della pena per le sentenze successive al 2006". La decisione della Corte avra’ quindi riflessi anche sulla popolazione carceraria. Ora, commenta il coordinatore dei garanti dei detenuti, Franco Corleone, "e’ certificato per sentenza inoppugnabile che e’ stato compiuto un abuso ed e’ una felice coincidenza nel momento di costituzione di un nuovo governo che questo monito venga elevato con cosi’ grande nettezza".

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