Docenti italiani all’estero, abilitazioni e modello europeo – di Paola Frezza

Gerardo Petta in un suo articolo ha fatto notare che molti insegnanti assunti in loco non hanno l’abilitazione e quindi hanno meno diritto rispetto ai colleghi che  si sono impegnati e hanno sostenuto gli esami dei concorsi per il conseguimento dell’abilitazione. Questo dato, che è vero, ci fornisce molte informazioni sulle contraddizioni presenti nei corsi di lingua e cultura e ci permette anche di approfondire alcuni temi affrontati  in un recente convegno riguardante il Welfare: le possibilità di accesso e la salvaguardia del modello sociale e lavorativo  europeo messo in discussione dalla crisi finanziaria.

Gli insegnanti assunti in loco non partecipano ai concorsi abilitanti perché non possono. Se fanno domanda, la domanda, per legge, è respinta perché  il servizio d’insegnamento che loro hanno prestato sotto contratto stipulato dagli enti gestori non viene riconosciuto dagli uffici scuola competenti.

L’abilitazione è un titolo che dovrebbe attestare proprio la  capacità di un docente  ad insegnare. Le riprove di questa capacità dovrebbero essere essenzialmente due:  gli anni esperienza sul campo dei candidati e l’impegno dei candidati al continuo aggiornamento. Inoltre si dovrebbe poter conseguire l’abilitazione lavorando.

Nello specifico degli insegnanti dei corsi di lingua e cultura  assunti in loco (ma  anche per gli insegnanti  in Italia, basti pensare alle condizione del precariato), si verifica il seguente paradosso: ci sono docenti che lavorano da anni, hanno cresciuto le loro famiglie ed educato generazioni di ragazzi, ma non hanno avuto la possibilità di accedere al titolo, in quanto  gli è stato negato. E questo perché succede? Succede perché l’accesso  all’abilitazione (che dovrebbe semplicemente confermare una realtà di fatto) viene bloccata e resa molto difficile (soprattutto se si fa un paragone con le possibilità di accesso degli anni 70). Lo scopo di una tale scelta politico/sindacale non è quella di garantire il titolo a chi ha conoscenza ed esperienza, ma è quella di regolamentare il mercato del lavoro e tutelare la  pace sociale.

Allo stesso modo, il mercato del lavoro che si vuole garantire non è quello reale, ma  è il mercato del lavoro del posto fisso.  Meccanismo che ha funzionato nel passato e ha permesso, come dicevo prima,  di  mantenere un certo equilibro sociale, ma ora non funziona più. È uno di quegli aspetti del modello sociale  europeo su cui bisogna intervenire per  salvaguardarne invece  i valori  e i principi  di welfare ancora vivi e attuali.

Alle nuove generazioni  che si affacciano sul modo del lavoro  (e anche  a coloro che già vi si trovano) vengono richieste: flessibilità, competenza,  capacità di lavorare in  autonomia, capacità alle relazioni con gli altri, propensione alla formazione permanente. Ai giovani e a chi adesso si confronta col mondo del lavoro in crisi viene ripetuto come un tormentone che è necessaria flessibilità e disponibilità a cambiare più lavori nell’arco della propria carriera. Mi domando se l’apparato burocratico e  legislativo del mondo del lavoro italiano e il modello sociale  europeo (in particolare quello italiano) siano  in grado di dare delle risposte adeguate a questa realtà che cambia ad una velocità sorprendente e pone obiettivi sempre più  alti? Oppure l’apparato burocratico legislativo del mondo  del lavoro italiano, continua  a ripetere stancamente dei modelli che non funzionano più  e che ormai creano solo conflitti tra  le diverse categorie dei lavoratori. Modelli che si dovrebbe avere il coraggio di modificare, sempre con la dovuta prudenza , per garantire lavoro flessibile sì, ma non precario.

E infine per  restare sui temi dibattuti in questi giorni nei convegni e nei comunicati sindacali, un altro degli aspetti che forse bisognerebbe modificare di questo modello sociale  europeo: è la politica dell’”aiutino” la politica dell’emergenza, la politica del  reperimento fondi per l’emergenza. Con qualche briciola (ammesso che ce ne siano  ancora) si tranquillizza la situazione per uno o due mesi e poi il problema non viene mai affrontato alla radice. La gratitudine non è per quei politici o sindacalisti e forze sociali che riescono a raggranellare qualche spicciolo per l’oggi o a garantire qualche posto fisso di ieri, o a difendere qualche  convenienza di sempre,  ma la gratitudine è  per quei politici e sindacalisti che si siedono al tavolo delle trattativa preparati per un nuovo modello europeo  con dati, statistiche, studi, proiezioni che guardano e arrivano ( anche solo con la forza dell’immaginazione ) fino al 2025. 

Nello specifico della nostra micro situazione e nello specifico dei Corsi di lingua e cultura  anche io penso che per dare qualità agli alunni sia necessario qualificare il lavoro di tutti gli insegnanti che vi operano, partendo proprio dalla funzione pubblica di questa professione.

*Docente Corsi Medi – Zurigo

NESSUN COMMENTO

Comments