Diritti sui beni degli italiani all’estero, proposta MAIE in Commissione

E’ stata assegnata alla Commissione Giustizia della Camera la proposta di legge dei deputati del Maie Ricardo Merlo e Mario Borghese “Modifiche al codice civile in materia di disciplina dell’usucapione della proprietà e dei diritti reali di godimento relativi a beni appartenenti a cittadini italiani residenti all’estero”. Il testo, che inizierà l’iter dalla sede referente, sarà sottoposto ai pareri delle Commissioni Affari Costituzionali, Affari Esteri, Ambiente e Agricoltura.

Presentata a fine giugno, la proposta di legge vuole “elevare a trentacinque anni il periodo necessario di possesso continuativo per diventare proprietari di un immobile nel caso in cui il proprietario sia un cittadino italiano residente all’estero” così da proteggere case e terreni di chi abita lontano da eventuali speculazioni. “Le case possedute in Italia dagli italiani all’estero generano, spesso, un consistente indotto economico e in molti piccoli comuni contribuiscono a contrastare i diffusi fenomeni di degrado architettonico e di abbandono degli immobili”, annotano Merlo e Borghese nella presentazione del testo. “In molti casi, inoltre, proprio su un’attenta gestione e ristrutturazione del patrimonio edilizio dei centri storici minori si fondano le iniziative di promozione e di rilancio turistico delle zone interne, le più bisognose di sostegno”.

Ricordato che, secondo il codice civile italiano, per l’usucapione di un bene immobile servono venti anni di possesso continuato, i due deputati eletti in Sud America sostengono che “tale termine appare non adeguato per chi è proprietario di un bene in Italia e non ha sempre la possibilità di verificarne lo stato e appare insufficiente a garantire il diritto di proprietà nel caso di un cittadino italiano residente all’estero”.

“In molti casi, e soprattutto per i connazionali residenti in altri continenti, vi è una difficoltà oggettiva a conoscere lo stato dell’immobile e spesso le notizie sono date loro in via informale e non notificate attraverso la rete consolare”, ricordano Merlo e Borghese. “Inoltre vi sono difficoltà oggettive nell’ottemperare a tutti i doveri fiscali (pagamento dell’IMU e altro), per cui quasi sempre si demandano tali incombenze a familiari o a persone estranee. La consuetudine culturale, nel mondo dell’emigrazione italiana, è stata quella di incaricare informalmente fratelli, sorelle o nipoti a provvedere a tutto quel che serviva per mantenere una casa in Italia, offrendo l’uso della stessa abitazione come ricompensa per l’aiuto ricevuto”.

“Da tale consuetudine – stigmatizzano Merlo e Borghese – è nata in questi ultimi tempi l’abitudine insana di utilizzare l’istituto dell’usucapione per appropriarsi indebitamente di beni immobili costruiti da altri mediante il sacrificio di lunghi anni come emigranti. La trasformazione della famiglia in famiglia nucleare e le modificazioni socio-culturali ed economiche avvenute nei territori italiani di provenienza hanno portato a casi sempre più numerosi di un utilizzo distorto dell’istituto dell’usucapione e molti connazionali hanno subìto delle vere e proprie “appropriazioni indebite” a causa del ricordato termine di venti anni, periodo troppo limitato perché i residenti all’estero decidano di rientrare in patria in modo da non rischiare di perdere la propria casa. Infatti, sia per motivi di lavoro, che per avere diritto alla pensione o per altre incombenze, il ciclo personale dell’emigrazione copre un arco complessivo cosiddetto dei quaranta anni (dieci anni per risparmiare e per farsi una casa in Italia, venti anni per garantirsi la sicurezza della pensione, altri dieci anni per aiutare ad avviare il futuro dei propri figli). Spesso, allora, quando si decide di rientrare in patria, ci si accorge che, grazie all’utilizzo dell’istituto dell’usucapione, la propria casa appartiene ad altri, e allora ci si sente derubati ingiustamente, o beffati dall’inconsapevole ingenuità dettata dalla lontananza e dalla poca perizia rispetto alla legislazione italiana”.

Dunque, concludono, “per ovviare a tale incresciosa situazione si propone di elevare a trentacinque anni il periodo necessario di possesso continuativo per diventare proprietari di un immobile nel caso in cui il proprietario sia un cittadino italiano residente all’estero. Si ritiene che il periodo proposto sia più adeguato per poter avere maggiori garanzie di conservazione della proprietà. Inoltre, l’aumento a trentacinque anni può dissuadere operazioni clandestine di possesso, poiché è presumibile che in un periodo così lungo il proprietario possa meglio tutelare i suoi beni e difenderli da operazioni truffaldine perpetrate a suo danno”.

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