Crisi, Tremonti: Vendere immobili di Stato per fare cassa – di Carlo Di Stanislao

Dopo un lungo, lunghissimo silenzio, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti è tornato a parlare,  affermando che ora la nostra situazione è fuori pericolo, cosa che non ci tranquillizza affatto dal momento che ha dovuto varare (e non è finita) tre manovre in un’estate e già prima di queste, nel 2009, aveva detto che tutto era a posto. Quasi a rispondere alle perplessità di Napolitano e Confindustria che non vedono iniziative atte alle ripresa, ma solo un gioco di rimessa e contenimento fatto di tagli e pressioni per tutti, tranne che per politici e ricchi, ora Tremonti vuole trovare denaro (25-30 miliardi) dalla vendita di immobili pubblici. In una delle slides slide presentate nel corso del seminario al Tesoro sulla valorizzazione del patrimonio pubblico, esce questa idea, oltre al fatto che secondo stime del Tesoro, il piano di valorizzazione del patrimonio pubblico garantirà a regime, dal 2020, una riduzione annua del deficit di 9,8 miliardi. Inoltre, sempre dalle stesse slides, vien fuori che tale valorizzazione (non c’era da dubitarne) sarà affidata a una nuova Società di gestione del risparmio (Sgr),  che sarà costituita a gennaio 2012 e diventerà operativa una volta ottenute le autorizzazioni della Banca d’Italia.

La Sgr avrà due linee di azione: una ad alto rendimento che renderà disponibili agli enti territoriali i capitali e le competenze per avviare le operazioni insieme al mercato; la seconda a basso rendimento per operazioni di sviluppo del territorio poco appetibili per il mercato a causa dei rendimenti bassi. Ci sarà poi un fondo nazionale con 3 diverse linee di investimento: le locazioni passive delle pubbliche amministrazioni, concessioni (beni e infrastrutture), valorizzazioni dei beni degli enti territoriali.

Le slides sono chiare e ci fanno l’effetto di un tuffo al cuore, dandoci l’impressione di essere prossimi ad una liquidazione graduale. Ma ciò che più preoccupa è lo stallo nel nodo alla successione di Mario Draghi, con Berlusconi che prova a superare l’impasse che si è registrata dopo il vertice di due giorni fa con il ministro dell’Economia Giulio Tremonti e le divergenze sul nome da indicare alla guida di Via Nazionale. Sarà un nuovo vertice di maggioranza, dopo quello convocato oggi dal Cavaliere a Palazzo Grazioli, a individuare la prossima settimana una soluzione, che dovrà passare, è il ragionamento consegnato dal premier ai suoi, attraverso “un accordo politico” nella maggioranza. La posta in palio è altissima: in ballo non c’è solo la credibilità di Palazzo Koch, ma anche la stabilità del governo. Con Tremonti che ha puntato i piedi sul suo candidato, il dg del Tesoro Vittorio Grilli, opponendolo al nome dell’attuale numero due di via Nazionale, Fabrizio Saccomanni, finora considerato in pole position per il passaggio di testimone.

In queste ore, mentre la Borsa si riprende appena ma è ancora in prognosi riservatissima, esce anche il nome di un outsider, con una mossa che consentirebbe al premier di uscire dallo stallo scatenato dalla contrapposizione con il ministro senza urtarne la sensibilità e senza scossoni nella maggioranza. Sì, perché c’è ancora e sempre La Lega da accontentare, che, dopo il voto su Romano, ha nuovi crediti da incassare. Nomi (relativamente) nuovi come quello Lorenzo Bini Smaghi, componente del direttivo della Bce che dovrà lasciare per l’arrivo di un altro italiano, lo stesso Draghi, potrebbero (forse) permettere di superare la contesa. Ma intanto occorre fare in fretta data la delicatezza del momento.

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