Crisi, seguire l’esempio americano: abbassare le tasse e investire – di Ennio Caretto

Washington – I governanti e i politici italiani amano citare di continuo l’America. Purtroppo, generalmente la citano a sproposito o per cooptarne i pregi anziché i difetti. Di rado, quando dà il buon esempio, la  seguono. Lo dimostra il fatto che l’America sta uscendo dalla crisi grazie a una generosa politica creditizia verso gli imprenditori e i cittadini, agli stimoli statali all’economia, a una parziale riduzione delle tasse ecc.

Al contrario, l’Italia sta affondando nella crisi perché le banche non concedono credito, lo stato non paga chi deve, e si tassano i contribuenti alla morte. E’ ora che i governanti e i politici italiani imitino l’America in quello che fa di meglio. Un caso tipico è quello dell’industria manifatturiera. Fino a pochi anni fa l’industria manifatturiera americana praticava esclusivamente l’”Offshoring” o “Outsourcing”, trasferiva cioè all’estero produzione e posti di lavoro, aumentando così la disoccupazione. Ma da un anno a questa parte, pratica anche il “Reshoring”, ossia riporta in patria l’una e gli altri, accrescendo così l’occupazione. Sono  soprattutto piccole aziende come la Otis elevator e la Master lock a guidare questa incipiente inversione di tendenza. Ma non mancano colossi come la General electric. Un anno fa, la GE contava 301 mila dipendenti in tutto il mondo, 131 mila dei quali in America. Ma tutti i 13 mila nuovi impieghi che offrirà nel 2012 saranno americani.

Il “Reshoring” è uno dei principali fattori della ripresa dell’industria manifatturiera in corso in America.  Nell’ultimo biennio, essa ha creato 450 mila nuovi posti di lavoro, un quinto di quelli persi nella recessione del 2008 – 2009. Vi è riuscita grazie agli stimoli statali, 17 milioni di dollari nel caso della General electric, al calo degli stipendi e dei salari americani (i vecchi dipendenti della GE percepivano 22 dollari l’ora mentre i nuovi ne percepiscono soltanto 13) e ai cambiamenti del mercato globale. Spiega il manager Chip Blankenship: “Il costo del lavoro nei colossi emergenti è in aumento e il caro petrolio rende sempre più gravosi i trasporti. Scemano i vantaggi dell’Offshoring”. In altre parole, l’industria manifatturiera americana comincia a pensare che in certi settori sia più rapido ed efficiente, e che assicuri una migliore qualità, riprendere a produrre in casa e a distribuire i prodotti all’estero.

L’handicap maggiore, lamenta Blankenship, è la scarsità di manodopera specializzata, handicap a cui Obama si propone di rimediare con corsi di riqualificazione: “Se le risorse umane fossero superiori, investiremmo di più in America e la nostra ripresa sarebbe più netta. Con questo, è chiaro che l’”Offshoring” non scomparirà, conclude il manager. Ma la crisi del 2008 – 2009 ha segnalato che potrà essere contenuto, contrariamente a quanto ritenuto in precedenza.

Gli economisti ammoniscono che puntare soltanto sul rilancio della industria manifatturiera per emergere dalla crisi sarebbe  un errore per le economie avanzate. Nell’ultimo ventennio essa ha anche perso un quarto degli impieghi in Germania e un terzo in Giappone, perdita che non verrà mai recuperata per intero. “Nonostante il “Reshoring”, la maggioranza di quegli impieghi rimarrà nei paesi in via di sviluppo” dice il Nobel Michael Spence. Tuttavia, in Occidente l’industria manifatturiera va rafforzata e resa più competitiva: “Per continuare a creare lavoro dovrà diventare un punto di eccellenza” avverte Spence. “Per fortuna, l’Occidente possiede le strutture e le risorse umane per farlo”. I limiti del “Reshoring” stanno spingendo Obama a puntare, ancora più che su di esso, sulle nuove tecnologie e i nuovi servizi. Il perché è chiaro. Secondo l’economista Enrico Moretti della Università della California a Berkeley, autore del libro “La nuova geografia dei lavori”, ciascun posto di lavoro nelle industrie più innovative ne produce cinque altri locali, tre volte tanto che nell’industria manifatturiera. E secondo il Nobel Spence, nell’ultimo ventennio i nuovi settori dell’economia e della finanza senza forte concorrenza all’estero hanno generato oltre 27 milioni di impieghi. Non a caso Obama incentiva, oltre al “Reshoring”, l’istruzione, l’hi – tech, le energie alternative, e via di seguito. Questa strategia è a vantaggio soprattutto dei giovani.

Nelle attività tradizionali, o peggio, mature, che siano o non siano produttive, mancano loro prospettive. Ma in quelle innovative, il futuro appartiene loro. E’ la differenza fondamentale tra l’America e l’Europa, l’Italia in particolare. Il male italiano non è l’istruzione, nonostante i suoi difetti. E’ invece la totale assenza di uno sbocco per i giovani, tanto che essi sono costretti a cercare lavoro all’estero. In America la disoccupazione (attualmente all’8,2 per cento, quasi 3 punti percentuali in meno di quella dell’area dell’euro) non è una piaga giovanile. E’ semmai la piaga della generazione di mezzo, i cinquantenni che non possono riciclarsi. Purtroppo per l’Italia, indirizzare l’economia sulla strada americana in questa fase di crisi richiede un enorme impegno politico e finanziario, uno sforzo che le sarà difficile compiere. Ma non esistono alternative. L’Italia non può darsi ostaggio all’austerity: è già in ginocchio, e se lo facesse, non si risolleverebbe più. Ha urgente bisogno di seguire l’esempio americano, ossia di investimenti, di “Reshoring” e di innovazioni. Il governo Monti e i partiti proclamano che questo è il loro comune obiettivo, ma non passano ancora dalle parole ai fatti. E gli scandali a ripetizione che ci affliggono non aiutano. All’estero hanno ammirato i nostri sacrifici, ma si aspettano che ci rimbocchiamo le maniche.

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