Crisi, Se l’Italia fosse stata un Paese federale – di Giovanni Longu

 Di fronte alla crisi che ha portato alle dimissioni del governo Berlusconi e all’insediamento del governo «tecnico» di Monti mi sono chiesto se l’Italia sarebbe giunta (come sembra) sull’orlo del fallimento se fosse stata un Paese federale. La mia risposta è: probabilmente no. Di fatto, tutti i Paesi federali europei, anche se non godono di ottima salute (persino la prima della classe, la Germania, deve adottare misure di risparmio e operare tagli), sono comunque ben lontani dal rischio del tracollo.

 Provo a dare una spiegazione: in un Paese federale (e penso in particolare alla Svizzera) i meccanismi di controllo e di autodifesa (solidarietà) sono tali da rendere quantomeno improbabile un dissesto finanziario globale come quello rischiato da Paesi centralisti come la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna e l’Italia. Questi Paesi, in mancanza dei meccanismi di autocontrollo interni (federalismo), per superare le loro criticità hanno dovuto subire un prematuro cambio di governo (praticamente imposto) e accettare senza opposizione le richieste (vincolanti) dei poteri forti (mercati, borse, banche) e dei tecnocrati europei. L’Italia ha dovuto ricorrere persino a un cambio di governo al limite della costituzionalità per affidare a «tecnici» il risanamento dei conti pubblici, l’attuazione di riforme strutturali dolorose e impopolari, l’imposizione di una tregua tra i belligeranti delle opposte fazioni parlamentari, incapaci di adottare qualsiasi misura significativa per allontanare il rischio del fallimento.

Gli Stati federali gestiscono meglio le crisi Come detto, gli Stati federali europei come la Svizzera, la Germania, l’Austria reagiscono meglio alla crisi perché di fronte al pericolo incombente scatta quel meccanismo fondamentale di salvaguardia chiamato solidarietà, per cui ogni membro dell’unione è chiamato a produrre il massimo sforzo per il bene di tutti secondo il motto (di cui vanno fieri gli svizzeri) «tutti per uno – uno per tutti». Un tale meccanismo in Italia non esiste, tanto è vero che il principale partito politico che s’ispira, a suo dire, al federalismo, la Lega Nord, è stato il primo a schierarsi all’opposizione del governo Monti, non certo in nome dei principi del federalismo, bensì per opportunismo e mero calcolo elettorale. L’ennesima dimostrazione di quanto debole sia in Italia il pensiero federalista.

 Confesso che ho sempre avuto molti dubbi sul federalismo alla Bossi-Maroni-Calderoli, perché in esso non trovo alcun riferimento ai principi che animano, per esempio, il federalismo elvetico. Già il termine «federalismo» mi sembra per il caso italiano improprio e una forzatura della Costituzione che non lo menziona nemmeno. All’articolo 5 si parla infatti solo di «autonomia» e di «decentramento», non di «sovranità» e «federalismo». Per definizione lo Stato federale si contrappone allo Stato unitario e l’Italia, com’è noto, è «una e indivisibile». E’ quasi impossibile passare da una forma all’altra. Di solito, Stato federale si nasce non si diventa.

Il federalismo svizzero insegna Il caso svizzero può essere illuminante. Quando alla Svizzera, nel 1798, sotto l’occupazione napoleonica, si tentò di imporre una costituzione che all’articolo 1 recitava: «La Repubblica elvetica è una e indivisibile» e riduceva i Cantoni a unità amministrative, ci fu un’indignazione generale. Tanto è vero che cinque anni più tardi Napoleone dovette fare marcia indietro e scrivere un’altra costituzione che riconosceva l’autonomia e la sovranità dei Cantoni svizzeri. La Svizzera era nata federata (secondo la tradizione nel 1291) e tale intendeva restare.

 Il carattere federativo della Svizzera è stato persino rafforzato nella Costituzione del 2000 sottolineando a più riprese che la sovranità appartiene al Popolo e ai Cantoni e che «il Popolo svizzero e i Cantoni costituiscono la Confederazione». Questo intreccio di sovranità tra Confederazione, Cantoni e Popolo ha dato luogo a un sistema istituzionale complesso e strutturato a più livelli che è irripetibile in Italia, soprattutto perché manca l’equivalente dei Cantoni. Non è pertanto nemmeno pensabile in Italia, allo stato attuale, un autentico federalismo, anche se è ipotizzabile e a mio modo di vedere auspicabile uno Stato «regionale» con Regioni dotate di una maggiore autonomia soprattutto finanziaria.

 Anche uno Stato «regionale», tuttavia, deve basarsi su alcuni principi del federalismo quali il riconoscimento e il rispetto reciproco di tutti i livelli istituzionali, la garanzia delle autonomie, lo spirito di solidarietà, il principio di sussidiarietà e corresponsabilità (ciascuno deve fare la sua parte) e il principio di partecipazione. La Svizzera ha concentrato l’essenza del federalismo nel motto che compare nel grande mosaico sotto la cupola del Palazzo federale di Berna: «tutti per uno – uno per tutti». Quando lo si potrà scrivere nel «Palazzo» della politica italiana?

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