Crisi, Grecia e Italia sotto la lente dell’Europa – di Carlo Di Stanislao

Non solo il Financial Times e l’Herald Tribune, ma molta stampa anche tedesca e francese, in queste ore, dedica largo spazio alla convinzione che saranno Grecia ed Italia a trascinare il Vecchio Continente nel gorgo della recessione più nera. La prima perché incapace di applicare le regole dettate dall’Ue, con il governo che deve sottoporle come referendum alla Nazione;  la seconda perché non convincente, né come governo, né come opposizione. Ed anche se Piazza Affari oggi apre in rialzo (+ 1,5), dopo il crollo di martedì (-7%), è chiaro a tutti che le affermazioni del governo e le parole della opposizione non sono servite a tranquillizzare i mercati,  perché, come dice Battisti a Ballarò, nessuno è in grado di affermare se invece di tagli trasversali sarà davvero razionalizzata la spesa pubblica, riformate le pensioni, toccati i patrimoni, ritoccate le tasse e trovati gli investimenti per la ripresa.

Indebolito dalle piazze finanziarie internazionali, accerchiato dalle manovre nei palazzi romani e senza un accordo nel vertice d’emergenza convocato nella serata di ieri, il premier Silvio Berlusconi ha trascorso la giornata di Ognisanti meditando il varo di “misure choc” per salvare il Paese e il suo governo, entrambi a rischio default. Non c’è dubbio che gli interventi straordinari sui quali sta ragionando, gli facciano “venire l’orticaria solo a pronunciarli”, ma ormai è chiaro che anche la fiducia di Napolitano è a tempo e lui, il Cavaliere, di tempo non ne ha più.

Dalla patrimoniale al prelievo forzoso, da un piano di dismissioni doloroso fino a una lunga teoria di condoni, Berlusconi valuta i provvedimenti da porre come sacchetti di sabbia sull’argine del fiume che ha già iniziato a tracimare, a sole 24 ore dal G20 di Nizza, in cui dovrà non fare proposte di buoni intenti, ma mostrare in che direzione voglia andare, come farlo ed in quanto tempo.

In una telefonata con Angela Merkel, il Cavaliere pare abbia detto che farà  “quanto è necessario per difendere fino in fondo la credibilità dell’Italia” e con essa anche ciò che resta della sua credibilità nel consesso mondiale e, pare, che nella sua risposta la cancelleria gli abbia intimato di far validare, intanto, da un voto del Parlamento le linee guida del piano di risanamento presentato in Europa, ottenendo così un necessario imprimatur in attesa dell’approvazione dei provvedimenti. Già a fine settembre il Financial Times, il più importante quotidiano economico inglese, aveva invitato il governo italiano a prendere spunto da quello spagnolo e avvisato: a rischio, dopo la Grecia, non c’è più la Spagna, grazie alle riforme fatte, ma l’Italia, invitando il nostro Paese a introdurre delle riforme con la stessa fermezza di Zapatero. Ciò che ha salvato la Spagna sono state da un lato decisioni draconiane da tutti condivise, oltre alla promessa di Zapatero di passare la mano. Insomma, ciò che gli spagnoli hanno detto, maggioranza ed opposizione, in modo unito,  è che prima intendono onorare i debiti internazionali, poi occuparsi degli stipendi interni. E, ancora, di avere la volontà di seguire tutte le indicazioni della Ue, senza trascurarne nessuna.

Quando nel 2010 la Spagna era al centro di tutte le speculazioni e le preoccupazioni d’Europa, la Nazione ha saputo smarcarsi dalla zona nera, in cui è invece ora caduta l’Italia in cui, a non convincere, non è solo il governo, ma anche l’opposizione. Una opposizione che ancora non dice se ha intenzioni di seguire il dettato della lettera di Draghi e Trichet e con Di Pietro afferma che intende prendere solo alcuni suggerimenti e, con la Camusso, che non ne vuole prendere alcuno. Come scrive Aldo Cappelletti in una lettera a Savignano, pubblicata sul Corriere, la situazione dell’Italia è drammatica non solo per il livello elevato del debito e quello quasi nullo della crescita economica, ma anche (forse soprattutto) per la mancanza di una via di uscita.  Berlusconi, qualunque cosa dicano i suoi tifosi, non è più credibile e, pertanto, salvare il Paese sarebbe  compito dell’opposizione. Ma, temono molti stranieri e diversi italiani, questa opposizione di fatto non esiste, poiché caratterizzata da zero alleanze, zero idee condivise, nessun leader riconosciuto. Occorrerebbe, ad horas, mettere in piedi un programma fatto di poche proposte chiare e in grado di ridare speranza agli italiani e, di riflesso, ai mercati. Mettersi d’accodo su queste cose con il Terzo Polo ed i dissidenti del PDL e della Lega, oltre che con Vendola e Di Pietro. Naturalmente un programma minimo per traghettare l’Italia fuori dal rischio acuto default, per poi tornare a votare. Molti leader dell’opposizione hanno suggerito a Napolitano di varare un governo senza politici e con soli tecnici: professori, economisti, personalità che godano di un’autorevolezza “universalmente riconosciuta”, il più possibile non riconducibili a una parte o all’altra, un governo guidato da Mario Monti, che di economia ed Europa si intende profondamente. Napolitano sa che ormai non c’è più tempo, a causa dei listini europei in caduta libera, dello spread che raggiunge livelli record e dell’incognita referendum in Grecia.

Giacomo Vaciago, docente di Economia politica alla Cattolica di Milano, ieri a Ballarò e oggi su Leggo Italia, dice che il Nostro Paese può salvarsi, ma se trova qualcuno che assuma decisioni necessarie, ineludibili, dolorose ed impopolari, decisioni che hanno un grande peso politico negativo nell’immediato, ma, poi , sarebbero benedette dall’intero Paese. Se non si interviene su pensioni, tasse, patrimoni e rilancio economico, se non si prospettano e non si attuano equi sacrifici per tutti, l’Italia è destinata ad una lenta agonia. Dice sempre Vaciago: “Possiamo andare avanti vent’anni: ogni anno meno guadagni, ogni anno i consumi che ristagnano. D’altra parte prima di diventare come l’Africa potremmo anche metterci un secolo. Ma così stiamo fregando i nostri figli e nipoti”. Insomma, destra o sinistra che sia, bisogna attuare la “budget law”, l’unico provvedimento che all’estero è riconosciuto e considerano credibile. Se non lo faremo saremo responsabili del nostro declino e di quella dell’intero continente.

Roberto Antonione, parlando alla Zanzara di Giuseppe Cruciani su Radio24, annuncia: “Esco dal gruppo del Pdl e non voterò più la fiducia a questo governo”. Scrive Tommaso Labate sul Riformista che i 316 dell’ultima fiducia sono scesi a 315 e la maggioranza non c’è più, con i frondisti della lettera anonima uscita la settimana scorsa che preparano il grande passo o l’ennesimo “cambio di giacca”. Ma il problema non è se il governo tiene o cade, ma chi, in tempi utili e prima che i mercati macinino altri miliardi, possa fare ed attuare riforme considerate credibili. Alcide De Gasperi ha scritto che “il politico pensa al suo domani, lo statista a quello della Nazione”. Speriamo che qualcuno lo ricordi.

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