Crisi di governo sul nodo pensioni? – di Carlo Di Stanislao

Bossi tiene duro e dice che sulle pensioni il governo “stavolta rischia”. “Noi abbiamo un sistema pensionistico più a posto di quello francese e tedesco. La pensione a 67 anni non possiamo farla, la gente si ammazza", ha detto entrando alla Camera il leader del Carroccio. Contemporaneamente Berlusconi è a colloquio con i ministri leghisti Roberto Maroni e Roberto Calderoli, presenti anche  il segretario del Pdl Angelino Alfano e i capigruppo di Camera e Senato Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri. Altero Matteoli, che ha parlato a margine dell’inaugurazione della nuova sala crisi dell’Enac, dice che anche se sarebbe meglio non tagliare le pensioni, “bisogna trovare qualche altra soluzione, che non è facile".

Sempre oggi, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in una nota nella quale giudica anche "inopportune e sgradevoli" le espressioni di scarsa fiducia sugli impegni assunti dall’Italia, specie se tali espressioni sono espresse nel corso di vertici internazionali, con evidente riferimento ai sorrisi di Nicolas Sarkozy e di Angela Merkel sugli impegni dell’Italia al vertice Ue di Bruxelles domenica scorsa, dice anche che l’Italia deve compiere tutti gli sforzi e prendere, come annunciato, le decisioni per ridurre i rischi di gestione del proprio debito e per rilanciare la sua economia. Il capo dello Stato sollecita quindi il cambio di passo che finora Silvio Berlusconi non è riuscito ad assicurare,  stretto com’è tra il pressing di Bruxelles e i veti di Umberto Bossi, rinnovati anche oggi, perché essere parte del consesso europeo impone onori e oneri che l’Italia deve assicurare. Per l’Italia, conclude il presidente della Repubblica, la strada non può che essere una sola. “È il momento di definire – in materia di sviluppo e di riforme strutturali – le nuove decisioni di grande importanza,  annunciate ieri nella dichiarazione ufficiale”,  con cui Silvio Berlusconi ha risposto a Bruxelles.

“Nessuno in Ue può darci lezioni”, aveva detto ieri il Cavaliere e per Napolitano è arrivato il tempo di passare dalle parole ai fatti. Da l’Unità ci si dice che Berlusconi vuole “provarci fino in fondo” prima di gettare la spugna e che queste sono le ore della verità per il governo. Ma il fatto è che da sinistra (e non solo) il “De profundis” a Berlusconi è stato inutilmente cantato troppe volte. C’è anche chi sostiene che l’ultima trovata del Cavaliere, se sarà proprio messo alle strette, è quella di un suo passo indietro, con un governo tecnico da lui stesso promosso, con un esecutivo istituzionale, con Schifani o con Gianni Letta premier. In consiglio dei ministri Letta ha rivolto un estremo appello alla Lega: “Berlusconi può andare a Bruxelles solo se ci saranno le condizioni per un’intesa, non può diventare il capro espiatorio di divisioni nel governo”. Un tentativo disperato ed estremo perché si trovi la solita quadra, attraverso, magari, un decreto sullo sviluppo e un ddl d’iniziativa parlamentare sulle pensioni, che non impegnerebbe Bossi, ma consentirebbe di spiegare a Bruxelles che si lavora sulla previdenza. Basterà tutto questo?

A complicare lo scenerio il fatto che l’Ue ha sgamato che nell’ultima manovra presentata dall’Italia, prima ancora del decreto sviluppo ancora al palo, ben 30 miliardi sono solo virtuali e, in casa, le dichiarazioni di Bossi che si è detto allergico ad ogni tipo di governo tecnico. Tutto, ancora una volta, è rimandato a data da destinarsi, con il rischio che mercoledì Berlusconi non abbia nulla in mano da presentare al’Unione già scontenta. "Mi auguro che ci siano le condizioni per cui io possa lasciare ad altri la responsabilità della candidatura alla presidenza del Consiglio, magari restando nel partito come padre Fondatore. In ogni caso, farò quel che il mio partito e la coalizione mi chiederanno di fare”, ha affermato Berlusconi nel libro di Bruno Vespa ”Questo amore”. Ma, allo stato dei fatti e nonostante le acrobazie di Letta, non sembra davvero esistere un piano B. Ed è proprio questo che preoccupa il Quirinale che ha ormai capito che il governo è nel caos.

Circolano voci sul fatto che il decreto sviluppo, divenuto una sorta di “araba fenice”, sia soprattutto improntato sui condoni: undici norme diverse più una dodicesima, che consente ai contribuenti infedeli di cumulare anche più ‘definizioni’ fiscali tra loro. Tra queste spunta il concordato di massa, una sanatoria ad hoc per le liti pendenti, per i ruoli (per importi iscritti a ruolo e affidati ad agenti di riscossione niente interessi di mora e sconti fino al 75%). Per quanto riguarda il canone Rai l’ipotesi è quella di un versamento di 50 euro per ogni anno arretrato. Nella bozza ci sarebbe anche un inedito "condono federale" per tasse regionali e comunali. Il ministero dello Sviluppo economico si è affrettato a smentire: ”Nelle anticipazioni stampa vi sono norme non contenute nel provvedimento di sviluppo su cui sta lavorando il ministero dello Sviluppo economico". Nessuna norma invece sui conti in Svizzera, che ha stretto gia’ intese con altri Paesi, come la Germania.

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