Costi della politica, Tre domande per il popolo viola – di Margherita Genovese

La prima: questa voglia irrefrenabile e implacabile di ghigliottinare l’unica Casta da colpire nasce dalla sete di onestà o dalla fame di ricchezza? Insomma, è disprezzo o invidia (come si sospetta per le proteste sul corpo delle donne)? E ancora: è spontanea o indotta da abili masanielli che sul facile consenso vogliono costruirsi la loro rampa di lancio?

La seconda: se è disprezzo, e non invidia, perchè si punta a gran voce sulla riduzione degli stipendi e non si insiste sulla riduzione del numero di parlamentari, troppi, inutili e incapaci? Insomma, meno parlamentari non solo riducono i costi,  ma dinanzi a una sfida elettorale piu’ ardua sono obbligati a esibire prove di meriti e curricula eccellenti per vincere l’ assalto alle poltrone piu’ ambite.

La terza domanda: come mai il referendum del 2006 che avrebbe immediatamente risolto il problema dei costi della politica è fallito? Quale buon vento ha indotto allora la sinistra a mandare al mare i suoi soldatini di stagno? L’apparato gigantesco dei partiti postcomunisti non era stato ancora estromesso dal parlamento e la macchina da guerra mediatica non aveva ancora lanciato la madre di tutte le battaglie contro Berlusconi. Esiste nella coincidenza qualche legittimo dubbio di conflitto di interessi e di diversa convenienza, considerando che il vento in poppa spirava a sinistra?

Queste domande non intendono offrire alibi al malcostume o alla disonestà, ma possono servire a interrogarsi sulla verità di alcuni assunti; che passano come dettati  dai migliori sentimenti e che nascondono la voglia di partecipazione al lauto banchetto, puntando all’alternanza dei convitati invece che alla sobrietà della mensa.

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