Comune Provinciale senza accorpamenti – di Roberto Pepe

Gli storici ora affermano che il Marchese Massimo d’Azeglio, un protagonista del processo di unificazione dell’Italia, non abbia mai detto quella storica frase, “Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli Italiani”. Probabilmente sospettava già qualcosa anche lui…

Ma non è un dramma! Lo diciamo con serenità. L’Italia florida è rimasta quella dei Comuni, quella dove ogni Centro abitativo o agglomerato di case si manifestava con una propria fisionomia culturale, storica, scientifica, territoriale, economica, completamente diversa, una dall’altra: nel vestire, nell’esprimersi, nel pensare e nel filosofare sulla vita. Bisogna prenderne atto, a questo punto, come fattore creativo positivo in controtendenza al centralismo culturale di altre Nazioni già compattate ab origine. La ribellione sentimentale all’accorpamento di “cuori” diversi con le nuove Province, non è una semplice manifestazione di campanilismo, in quanto è stato vissuto come un disconoscimento della propria paternità. Il fatto è che in Italia non si può agire con colpi di mano unificatori. Non c’è riuscito Garibaldi! Il problema si risolveva, come già proposto, facilissimamente abolendo tutte le Province ed “Integrandole completamente” nel Comune (sede della Provincia) in un unico Istituto, come per le città metropolitane. Si sarebbe potuto chiamare: “Comune Provinciale”, il quale avrebbe avuto una competenza di coordinamento e controllo sui normali “Comuni municipali” insistenti sul territorio oggi. Le infrastrutture Provinciali sarebbero state ridistribuite per le varie necessità del nuovo Comune allargato, mentre i piccolissimi Comuni, sarebbero stati dotati solo di un rappresentante comunale dipendente amministrativamente dal Comune Provinciale. Guadagno? Un solo istituto politico che controlla un territorio già definito, dimezzando le votazioni e gli apparati burocratici. Punto e basta.

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