Cinema grande e piccolo in Festival – di Carlo Di Stanislao

Resta a dieta di premi il nostro cinema, nonostante un’ottima annata produttiva, segno evidente che da lui ci si aspetta di più sotto il profilo sia stilistico che narrativo. Ieri sera, in una atmosfera per me aquilano ancor più cupa, dopo il grave malore di Giancarlo Canelli, che ha bruscamente interrotto il recital del gruppo rock “Sale Chiodato”, in corso all’Auditorium della Guardia di Finanza, introduzione ad un recital per beneficenza, all’indirizzo della Facoltà di Ingegneria, di Giobbe Covatta; il nostro cinema è uscito a  bocca asciutta sia dal Torino Film Festival, che dagli Oscar Europei assegnati a Berlino.

A Berlino trionfa “Melancholia” di Lars Von Trier, mentre noi ci consoliamo con il premio a Michel Piccoli (che però è francese) per la sua interpretazione in “Habemus papam” di Moretti. Ed anche a Torino a vincere è il “profondo Nord”, con il premio principale che va al film islandese “A  Annan Veg/Either Way”, robusta e sensibilissima opera prima del trentenne Hafsteinn Gunnar Sigurdsson.

Sempre nel Capoluogo Cisalpino, la giuria della XXIX edizione del Festival più cinefilo d’Italia (grazie a Gianni Amelio che sa spendere bene il pur risicato budget),  assegna il Premio speciale ex-aequo a “17 Filles /17 ragazze” di Delphine e Muriel Coulin (Francia) e a “Tayeb, Khalas, Yalla/Ok,enough, goodbye” di Rania Attieh e Daniel Garcia (Emirati Arabi Uniti/Libano). Il Premio per la Miglior Attrice, in collaborazione con la rivista “Max”,  è andato a Renate Krossner per “Vergiss dein ende/Way homè” di Andreas Kannengiesser (Germania) e quello per  il Miglior Attore,  sempre in collaborazone con ‘Max’,  a Martin Compston, per “Ghosted” di Craig Viveiros (Regno Unito). Certamente premi meritati e ben scelti dalla giuria presieduta da Jerry Schatzberg (USA) e composta da  Michael Fitzgerald (USA), Valeria Golino (Italia), Brillante Mendoza (Filippine) e Hubert Niogret (Francia), ma soprattutto un bellissimo festival con scelte attente per il concorso e retrospettive degne delle migliori rassegne internazionali.

Ho particolarmente invidiato la retrospettiva su Robert Altman,  autore di film appartenenti ai generi più svariati, pellicole inclassificabili e, soprattutto, regista complesso anche a causa del bombardamento devastante, effettuato dallo stesso Altman, dall’interno dei generi cinematografici senza nessun tipo di voglia di diventare un regista “avant garde”. Insomma, fin dall’inizio della sua carriera cominciata con The Delinquents nel 1955 e conclusa nel 2006 con Radio America, Altman ha cercato il successo e il consenso del pubblico con rigore ed eleganza: non dobbiamo dimenticare che fu uno dei registi di punta della serie tv The Alfred Hitchock Hour, senza mai fare benché la minima concessione commerciale nel suo cinema.

L’Oscar per la miglior regia è andato alla danese Susanne Bier per “In un mondo migliore”, mentre al tedesco Wim Wenders, direttore e cofondatore del premio, ha ottenuto quello per il miglior documentario “Pina”, film in 3D dedicato alla ballerina e coreografa Pina Bausch, che ora attendiamo nelle sale italiane. (CDS) 

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