Carola Susani e la fatica di crescere: ‘Eravamo bambini abbastanza’

‘Scoprire che ci era voluto cosi’ poco, pochi giorni, per dimenticare mia madre, mio padre, il bambino che ero stato, mi avrebbe fatto paura’, confessa Manuel a se stesso. Manuel ha una decina di anni, e’ un bambino, e’ l’io narrante dell’ultimo romanzo di Carola Susani ancora dedicato a vite ai margini, percorsi di crescita dolorosi e forti, esistenze al limite.

Manuel infatti e’ uno dei sette ragazzini che sono stati rapiti da Raptor, un curioso essere feroce e fragile, cosi’ chiamato ‘per la sua schiena curva, il suo modo di stare in piedi e di correre e come si appostava, che facevano venire in mente un predatore’.

Gli altri sei vengono dall’est Europa, dalla Bielorussia, la Polonia, Belgrado e tutti provano assieme timore reverenziale e attrazione verso il loro piu’ signore che padrone, crudele nel punire (un altro, invece del colpevole, per farlo sentire doppiamente responsabile) e assieme capace di far tenerezza e, con la sua mano, di dare pace immediata e calore ai bambini che vivono di elemosine, di quel che trovano nell’immondizia, di furtarelli, prostituzione nelle periferie delle citta’, muovendosi a piedi, in auto rubate, bus, treni, in un lungo viaggio che dal nord-est li portera’ a Roma.

Bambini rapiti dopo lunghi appostamenti, quando alla presenza di coetanei cenciosi o dello stesso Raptor avevano quasi fatto l’abitudine, presi al volo mentre i genitori si sono allontanati solo per un momento, inseriti nel gruppo, lasciati poi liberi tanto che, pur avendo un qualche istinto (almeno Manuel) a pensar di fuggire, poi non lo fanno. ‘Ormai ci voleva un amore piu’ forte o semplicemente una forza piu’ forte, per portarmi via. Mi ero abituato. Se allora qualcuno mi avesse detto: ormai stai bene col Raptor, avrei negato, mi sarei ribellato’, dice sempre Manuel.
Un romanzo con una sua malia nera quindi, ma riscattato da una vitalita’ positiva e un andamento picaresco, avventuroso e giocoso assieme, da una sorta di innocenza e freschezza nel raccontare anche le cose peggiori con toni quasi da favola capace di far paura, da una capacita’ di osservazione acuta come appunto quella dei bambini: ‘Era come il rinculo di una pistola. Dopo aver commesso una violenza, (il Raptor) doveva digerirla. Non gli era facile. Non gli era facile fare del male.

E allora, perche’ lo faceva?’ Stralunato, sofferente, chiuso personaggio con tratti di assoluto, forse in quel suo misticismo che lo porta Roma quasi in pellegrinaggio con la sua banda di ragazzi, avendo come meta quel Papa che pero’ gli muore prima che lui arrivi, segnandone l’inevitabile fine, ormai che e’ privato dello scopo.

Questi bambini non piu’ del tutto, ma ancora ‘abbastanza’, come indica il titolo del libro, appaiono feriti e invulnerabili assieme, e assaporano la liberta’ che li ripaga del dolore di crescere a quel modo, immersi nella loro odissea e affascinati dai racconti, quelli di Alex con le sue storie e che riferisce quelle di ognuno degli altri, delle tre ragazze (Ana, Citardizina e Tania) e dei quattro ragazzi (Alex, Dragan, Fidel, Leonid e Manuel) , oltre a farsi poi deus ex machina nella risoluzione della storia, tragica e positiva assieme, come sappiamo sin dall’inizio, da quel prologo che parla di ‘vita col Raptor, finche’ e’ durata’. Ma soprattutto una storia che e’ lezione di vita, di vita vera, quella della lotta per la sopravvivenza, senza regole, senza casa, senza orari, a confronto di quella protetta, finta, che gira a vuoto nella borghese famiglia d’origine, in cui crescere diventa un problema.

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