Caro Celentano ti scrivo… – di Roberto Pepe

Caro Celentano ti scrivo… per dirti che hai solo qualche anno più di me e, quando ancheggiavi cantando “il tuo bacio è come un rock”, alla fine degli anni ’50, per noi ragazzi eri un mito. Io ero il più bravo ad imitarti e per tutti i genitori degli amici ero uno scandalo per quelle mosse poco decenti ed irriguardose. Eravamo i ribelli, allora, perché ballavamo la tua musica rock italiana. Credo però che la massima simpatia popolare, tu l’abbia raggiunta in coppia con quell’altra icona della musica leggera italiana: con Mina, eseguendo quel famoso duetto del ’65 in televisione, gettando le caramelle in aria… Eri proprio per questo popolare e ben accetto da tutti, giovani ed adulti: perché eri vero, puro, simpatico, immediato, “disponibile”. Ti prendevi in giro e sapevi districarti in quel mondo televisivo pomposo di allora con atteggiamenti amabili, cortesi, disinibiti, diventando estremamente attraente. Insomma, ispiravi fiducia immediatamente perché ti “proponevi”,  non ti “imponevi”.

Erano gli splendidi anni in cui il tuo ragazzo della via Gluck si lamentava degli alberi tagliati a favore dei palazzi di cemento, mentre, di contro, Gaber ti rispondeva: Quant’è bella la città con le sue luci e la gente  che produce… Tutto era una splendida poesia cantata!

Mi dispiace, ma debbo sinceramente e con affetto constatare che il mito che ti sei costruito con maestria si è sfaldato inesorabilmente in un presuntuoso, arrogante personaggio pieno di prosopopea ed alterigia, pieno di quella pomposità e spocchia che tu stesso, da giovane, avevi combattuto egregiamente. Il fatto tragico è che, credendo in quelle cose che cantavi, hai voluto sfruttare quelle contestazioni sonore tramutandole in un misero, sfruttatissimo slogan sociale. Se quelle cose fossero restate musica, sarebbe stato bello, ma quando hai incominciato a proporle con solennità in prosa, credendo fosse la stessa cosa, tramutandoti in una farsa di guru, filosofo del nulla, sei piombato nell’abisso del più tetro  parolaio, arricchito paradossalmente proprio su quel populismo da quattro soldi. E lì sei rimasto. Esci dal monastero, non parlare più, ma canta e basta!

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