Capitalismo moderno? Un modello da cambiare – di Ennio Caretto

Washington – In America si polemizza ancora sullo spot televisivo di Clint Eastwood per la Chrysler di Sergio Marchionne al “superbowl”, la finale di football americano vinta dai Giants di New York . Lo spot è una metafora: Eastwood, una icona hollywoodiana, non elogia solo la rinascita dell’auto americana ma caldeggia anche l’adozione di una solida politica industriale. In un certo senso, fa propaganda per il presidente Obama.

Per i repubblicani, infatti, qualsiasi politica industriale è statalismo, o peggio, socialismo. Ma per i  democratici, e soprattutto per il presidente che a novembre si ripresenterà alle urne, è un trampolino obbligato di rilancio dell’economia. Politica industriale, precisa Obama, significa incentivare l’industria con sgravi fiscali, cofinanziamenti pubblici e privati, corsi di riqualificazione della manodopera, facilitazioni nei trasporti e via di seguito, ossia creare posti di lavoro. E’ la ricetta per contenere gli effetti dell’austerity e uscire dalla crisi che ha consigliato anche al nostro premier Mario Monti nella sua visita alla Casa bianca.

Tre grandi rivoluzioni sono oggi in corso: la rivoluzione tecnologica, la rivoluzione finanziaria e quella che si chiama globalizzazione. Ed esse stanno producendo lo stesso effetto delle grandi rivoluzioni precedenti, la rivoluzione commerciale del Seicento e del Settecento e la rivoluzione industriale dell’Ottocento e del Novecento. Stanno cioè concentrando la ricchezza in sempre meno mani e la povertà in sempre più, stanno creando da un lato una supercasta a cui s’inchina la politica e dall’altro – perdonate il linguaggio ormai in disuso – un sottoproletariato a cui la politica infligge crescenti privazioni. Lo dimostrano, in America come in Italia, i privilegi fiscali concessi sinora all’uno per cento e al 10 per cento più abbiente della popolazione, e gli oneri imposti sinora al restante 99 e 90 per cento. Nella crisi economica più grave dalla Grande  Depressione degli Anni trenta, è socialmente ingiusta e politicamente insostenibile non solo la distribuzione della ricchezza ma anche la iniquità del trattamento dei cittadini. Obama e Monti lo capiscono perfettamente.

I dati dell’Ocse, l’Organizzazione per la collaborazione e lo sviluppo economico, non potrebbero essere più chiari. Nel 1980, quell’1 per cento più  ricco riscuoteva l’8 per cento del reddito annuo in America e il 7 per cento in Italia. Nel 2008, l’ultimo anno esaminato, riscuoteva il 17 e il 10 per cento rispettivamente. E da allora, riferiscono quasi tutti gli istituti di ricerca, queste percentuali sono aumentate a causa, oltre che della crisi che ha arricchito i ricchi e impoverito i poveri, anche dell’austerity e dei tagli al welfare adottati per rimediarvi. Si calcola che oggi, in America come in Italia, il 10 per cento più agiato della popolazione detenga circa il 45 per cento della ricchezza nazionale. Una situazione, ammonisce il London health observatory, dalle conseguenze nefande: nei quartieri alti londinesi, la durata della vita è di 88 anni e il livello di istruzione è elevato, in quelli bassi, dove la scorsa estate esplose una protesta sanguinosa, la durata della vita è di 71 anni e il livello di istruzione è infimo.

Qualcosa di analogo si verifica probabilmente a New York e a Napoli. Secondo l’Ocse, che è formato dalle 34 nazioni più avanzate, questa situazione è dovuta innanzitutto alla deregolamentazione dei mercati che iniziò negli Anni ottanta, in particolare quello del lavoro, e al fatto che quegli 1 e 10 per cento pagano  proporzionalmente meno tasse che in passato. L’Ocse non accusa nessuno ma è ovvio che l’imputato numero uno sia l’America, il cui modello di capitalismo è adesso seguito in tutto il mondo. L’America ha demolito i sindacati, che rappresentano solo più il 12 – 13 per cento delle maestranze nazionali, e ha ridotto le tasse per i ricchi. Il fisco americano premia il capitale, tassando al 15 per cento i profitti da investimenti, anche quando si tratta di miliardi, e penalizza il lavoro, tassando gli stipendi e i salari fino al 35 per cento, fingendo di ignorare che ciò riduce i consumi, il motore dell’economia. Una disparità che ha indignato i Creso con una coscienza civica come Warren Buffett: la mia aliquota, depreca Buffett, è del 17,5 per cento, la metà di quella della mia segretaria. Nulla di nuovo rispetto alle rivoluzioni commerciale e  industriale, neppure a proposito del fisco. Nel 1903, nel trattato “Teoria dell’illusione finanziaria”, l’economista Amilcare Puviani lamentò che il cittadino medio non avesse un’esatta percezione degli eccessivi oneri fiscali addossatigli perché non esisteva una adeguata trasparenza nel bilancio dello stato né in materia finanziaria. I governi, affermò, destinano una notevole parte delle risorse finanziarie dello stato a vantaggio della classe dominante a insaputa delle classi popolari, che vengono illuse con artifici e inganni che lo stato risponda ai loro bisogni. Puviani esagerava, ma non aveva completamente torto. Essere ricchi non è una colpa né un reato, ma i governi non possono favorire i ricchi a discapito degli altri. I governi che vogliano combattere davvero l’evasione fiscale devono incominciare con l’abolire l’evasione legalizzata  concessa alla  classe dominante di cui parlava Puviani. Questo non è populismo né demagogia, è giustizia elementare.

Abbiamo detto che i consumi  sono il motore dell’economia. Ma come può consumare di più quel 90 per cento che è depauperato dagli aumenti delle tasse, dei tagli al welfare, dei prezzi e della disoccupazione? E fino a quando esso rinuncerà alla violenza in difesa dei propri diritti? In presenza delle tre rivoluzioni che stanno scuotendo il mondo i governi hanno oggi l’obbligo morale, oltre che politico, di promuovere un  nuovo patto sociale, come fecero i governi ai tempi delle rivoluzioni commerciale e industriale, ossia di  stabilire delle regole di condotta finanziaria ed economica e di convivenza civile. Senza di esso, non ci sarà quel rilancio dell’economia che nella opinione dei governanti curerà tutti i mali. La tesi iperliberista secondo cui i soldi dei ricchi sottratti al fisco vanno tutti a incentivare la produzione e a creare quindi nuovi posti di lavoro è stata ripetutamente smentita dalla storia, e nella maniera più dolorosa nel crack del 2008: quei soldi vanno in grande prevalenza in speculazioni in borsa. In altre parole, il modello di capitalismo prevalente va rivisto. Sta dando al mercato, ai suoi operatori e a chi ne trae frutto una brutta fama.

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