Camera, Zacchera (PdL) dice addio a Montecitorio

“Caro Presidente e onorevoli colleghi:è davvero con un po’ di emozione che prendo per l’ultima volta la parola in quest’Aula, poi ci si è messa anche l’influenza a rendere la voce un po’ rauca.
 Sono diciotto anni di vita che ho trascorso in quest’Aula e cinque legislature, ma, in ottemperanza all’invito che ho ricevuto, ho optato appunto per l’incarico di sindaco della mia città e, quindi, devo lasciare la Camera dei deputati.

Non vi nascondo che è una scelta sofferta, ma è meditata ed anche serena. Verbania è una piccola città ma è la mia città natale, un piccolo capoluogo di provincia dove il rapporto con il sindaco è diretto ed io – lo dico con orgoglio – sono stato il primo eletto di centrodestra dopo 64 anni di amministrazione di sinistra e per me queste cose contano ancora nella scelta di un incarico (Applausi).

Colleghi, vi lascio semplicemente con un invito: attenti, perché il Parlamento italiano, purtroppo, sta perdendo la propria credibilità nei confronti della gente. Per mesi e da mesi, siamo sottoposti ad una quotidiana ondata di insulti e di accuse di essere una «casta». Se a volte, purtroppo, è vero, e l’ho anche ammesso, oggi che vi lascio, vi dico che le cose che vengono lette e stampate, sovente, sono francamente eccessive, con forzature inaccettabili.

Colleghi, se anche qui dentro vi fossero state persone indegne, io vi dico che, in diciotto anni, ho conosciuto centinaia di persone perbene, che hanno onorato questo Parlamento (Applausi).
Lo dico con orgoglio: centinaia di colleghi che hanno veramente a cuore la propria patria, gente che lavora e non si nasconde, che è veramente preoccupata per la comunità nazionale, che non viene qui soltanto per prendere lo stipendio. Così come ho conosciuto – e ringrazio – centinaia di collaboratori dipendenti della Camera, sicuramente seri e preparati, che saranno anche ben pagati, ma che, mediamente, sono molto, molto più preparati rispetto alla media dei dipendenti pubblici.

Concludendo, bisogna avere il coraggio e la determinazione di spiegare alla gente che la politica italiana può essere sì degenerata e che vanno colpiti gli sprechi, ma non tutto è da buttare, perché in quest’Aula, prima di tutto, vi è e deve restare la democrazia, che è la forza della nostra comunità nazionale (Applausi).

Nel lasciarvi, vi ringrazio per le tante amicizie vere, che sono nate e cresciute in questi anni, amicizie cresciute al di là di ogni opinione e gruppo politico, perché reciproche e fondate sempre sulla stima personale: tantissimi di voi sono diventati dei veri amici, così come tra chi ci preceduto. Lascio, quindi, la Camera con un po’ di tristezza, anche perché è un po’ assurda questa storia relativa all’incompatibilità, che al Senato è stata decisa in una maniera e qui alla Camera è stata decisa in un’altra (Applausi).

Una volta di più, il Parlamento non ha fatto una bella figura. Ma le decisioni si accettano, è una questione di serietà, ma credo che sia legittimo, al più, esprimere un minimo di disagio.
 Vi lascio, quindi, in amicizia e rivolgo un augurio a chi mi subentra. Sono cosciente di aver sempre cercato di svolgere il mio dovere con attenzione, impegno e passione, in Aula e in Commissione, quando mi avete nominato al Consiglio d’Europa e come presidente, per cinque anni, della delegazione italiana alla UEO. Soprattutto, sono cosciente di aver cercato di fare il deputato sempre in mezzo alla gente e continuerò a fare il sindaco nella mia città  gratuitamente, rinunciando fin da ora ad ogni indennità di carica, proprio perché credo che la politica vera debba essere prima di tutto un servizio alla comunità, e noi tutti dobbiamo contribuire in qualche modo a riscattarla.

Io credo che tutti i deputati, nella propria intima coscienza, continuino a sentirsi al servizio dell’Italia e così bisogna continuare a fare. Rivolgo, quindi, un saluto e, nella diversità dei ruoli che avremo in futuro, che Iddio protegga sempre la nostra Italia e illumini ciascuno di voi. Caro Presidente e colleghi, vi saluto tutti, uno per uno (Applausi, congratulazioni, molti deputati si levano in piedi).

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