Brexit, un nonsenso il referendum inglese – di Cesare Lanza

Debbo premettere che considero la democrazia il male minore (lo pensano in molti), non certo una formula perfetta di amministrazione, in politica. È giusto, corretto e sensato – per dirne una – che il voto di un insegnante di filosofia valga come quello di un pastore di pecore, semianalfabeta? Tuttavia, giusto che il sentire, anche emotivo, del popolo, abbia un fondamentale riconoscimento. Ma il referendum?! Mi sembra, sinceramente, una contraddizione.

Il popolo vota e affida al vincitore la responsabilità di governare, secondo capacità e competenze. Considero giusto e ammissibile un referendum solo se incentrato su radici etiche. Ad esempio: aborto, sì o no? Divorzio, sì o no? Già sulla pena di morte avrei dubbi fondati, perché sarebbe temibile e rischiosa la reazione emotiva, a livello strapopolare, magari anche in relazione ad un delitto che abbia colpito la sensibilità dell’opinione pubblica.

Come prendere sul serio il referendum “in” oppure “out” sulla Gran Bretagna, di fronte alla partecipazione al consesso europeo? In Gran Bretagna ha votato il 72%. Quale sarà stata la percentuale degli elettori informata, aggiornata, competente, su vantaggi e svantaggi relativi alla persistenza o alla uscita dall’Unione Europea? Voglio abbondare: diciamo il 5, il 10%?

Perché una decisione tanto delicata (favorevoli e contrari hanno ottenuto più o meno lo stesso numero di voti) deve essere delegata a impulsivi sentimenti popolari? Il popolo non ha votato in precedenza per delegare a chi è al governo la responsabilità di decidere?

Ricordo una divertente battuta di Beppe Grillo: “I referendum abrogativi. Dove per dire sì devi votare no. E per dire no devi votare sì. Come uno che va a sposarsi e il prete dice: ‘La vuoi mandare a cagare?’. ‘No’. ‘E allora vi dichiaro marito e moglie’”.

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