Berlusconi: ‘Dopo di me il voto’ – di Carlo Di Stanislao

All’indomani dell’annuncio delle dimissioni del premier Silvio Berlusconi e dopo una impennata record, con punte sopra 500 e quota finale  a 492,26 per lo spread fra Btp e Bund, stamani Piazza Affari punta al rialzo, con indici  Ftse Mib e Ftse It All Share, che segnano apprezzamenti superiori al punto percentuale. Dopo la telefonata di ieri al Tg1 delle 20,30, stamani il premier dimissionario ha parlato al Gr1, dicendo: "Ho anteposto gli interessi del Paese ai miei interessi. Ho garantito al capo dello Stato che dopo l’approvazione del maxi emendamento sono disponibile a dare le dimissioni. Chiedo il sì dell’opposizione". E ancora: "Chi ha votato contro ha tradito l’Italia", ribadendo che, dopo le dimissioni, si dovrà tornare al voto e non cercare altre soluzioni, di qualsiasi tipo siano.

La cancelliera tedesca, Angela Merkel, in una intervista alla Dpa, è tornata a chiedere che l’Italia si impegni per “attivare le misure di austerità” promesse al G20, mentre si scopre che, in una lettera inviata il 4 novembre e pubblicata a sorpresa da Repubblica, il commissario europeo Olli Rehn, pone 39 secche domande al  ministro dell’Economia Giulio Tremonti, le stesse, in fondo, che l’Ue aveva rivolto alla Grecia. "Vogliamo i dettagli delle misure promesse da Berlusconi al summit Ue del 26 ottobre, compreso un piano d’azione concreto per la loro stesura, adozione e implementazione". Questo è, in sintesi, ciò che dice il commissario Ue agli Affari economici e lo fa con un primo punto che è una vera e propria bomba: “Non riteniamo che il contesto economico assicuri il raggiungimento del pareggio di bilancio entro 2013, servono pertanto misure addizionali per raggiungere gli obiettivi sui conti pubblici nel 2012 e 2013. Sono già state pianificate nuove misure e se sì, quali? Ci saranno ulteriori tagli alla spesa pubblica?". Nessun governo, nemmeno quello greco che beneficia di un programma di aiuti finanziari Ue-Fmi,  è mai stato messo così alle strette dalle istituzioni comunitarie, con una ufficializzazione (tenuta fino ad ora nascosta) degli interrogatori ai quali Berlusconi è stato sottoposto negli ultimi due vertici europei di Bruxelles e al G20 di Cannes da parte di Nicolas Sarkozy, Angela Merkel, dai responsabili delle istituzioni europee (Barroso e Van Rompuy) e del Fondo monetario internazionale (Lagarde). 

Ognuno dei trentanove punti contiene diverse domande estremamente approfondite su tutte le politiche promesse dal governo sotto dettatura dell’Europa (era la fine di ottobre e da allora a Roma quasi nulla si è mosso). Ricalcano le misure che da circa dieci anni Bruxelles ritiene indispensabili per far tenere all’Italia il passo dell’Europa e che non essendo state realizzate (nemmeno in parte) dal Cavaliere, da semplici raccomandazioni diventano diktat che limitano la sovranità del Paese, unico caso in Europa. In definitiva, nel testo, l’Ue chiede una manovra aggiuntiva (sarebbe la sesta quest’anno) e misure addizionali per raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2013. La pressione dei mercati rende il fattore tempo “essenziale”, come ha avvisato il commissario Ue,  mettendo in chiaro che le risposte sulle misure anti-crisi devono giungere a Bruxelles “il prima possibile, con questo governo o con un altro”. Il termine sarebbe questa settimana. “Con uno spread così noi non possiamo andare avanti”, ha insistito il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, stimando un aggravio di 8,7 miliardi per la spesa pubblica. I differenziali dei rendimenti tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi “sono veleno per la nostra economia”, ha aggiunto il direttore generale di Unicredit, Roberto Nicastro. E anche se Bankitalia afferma che il nostro Paese può sopportare un tasso di interessi passivo fino all’8%, sono in molti a ricordare, in queste ore concitate, che già al 7 Irlanda, Portogallo e Grecia sono stati costretti a chiedere l’intervento dell’Europa. Dopo la prima lettera del 5 agosto scorso, ci sono voluti oltre due mesi al governo italiano per mettere insieme una risposta, con quella “lettera di intenti”, confusa e nebulosa, che il Presidente del Consiglio ha portato a Bruxelles per la riunione con i vertici dell’UE e del Fondo Monetario Internazionale (FMI). La risposta è stata una poco convinta presa d’atto e la decisione di mettere l’Italia sotto una stretta sorveglianza delle Istituzioni comunitarie (Commissione Europea e BCE) e del FMI. Intanto i mercati continuavano a saccheggiare l’Italia e gli interessi a carico del debito pubblico italiano salivano pericolosamente fino a sfiorare la soglia che già era stata fatale a Grecia e Portogallo. Ed ora, a firma del Commissario UE per gli Affari Economici, giunge una seconda lettera, per chiedere conto all’Italia di che cosa stia avvenendo con la “lettera di intenti”, a che punto sia l’adozione delle misure promesse e, suggerendo – ma in realtà si tratta di una richiesta – una manovra aggiuntiva se si vogliono mantenere gli impegni presi per il risanamento dei suoi conti pubblici in tempo utile, prima di finire in una bancarotta di sapore greco. La situazione è così grave che il Pd con i Terzopolisti si dicono pronti ad un governo di “salute nazionale” aperto a chiunque, anche da destra, abbia a cuore le sorti del Paese, con un leader sopra le parti, tecnicamente capace e con ampio riconoscimento internazionale, allo scopo di approvare le riforme necessarie e stabilire una nuova legge elettorale. Ma contrari sono Pdl, Lega ed Idv, che invece vogliono subito elezioni. 

Quello che si è presentato ieri, dopo che i tabelloni di Montecitorio avevano battuto quel risultato, con una maggioranza bloccata sotto la soglia della sopravvivenza e ridotta a una minoranza di 308 voti, è un Berlusconi stanco, amareggiato, abbattuto, demoralizzato, che ha riassunto il suo stato d’animo nella frase: “Vede Presidente, io chiedo solo che si votino i provvedimenti che ho concordato con l’Europa, e poi farò un passo indietro”. Aveva caricato le munizioni dialettiche, Napolitano, ma non ce n’è stato bisogno. Ora, mentre lui, Berlusconi e tutta la Lega, reclamano elezioni dopo la “legge di stabilità”, al di là delle norme formali, la possibilità di un governo alternativo a quello in carica è legata alla scelta di una personalità esterna ai partiti. Solo se ciò avviene il centrosinistra darà la sua adesione alle larghe intese. Mentre dal Pdl arrivano voci insistenti sul nome di Gianni Letta, attuale sottosegretario alla presidenza del consiglio e braccio destro di Berlusconi, mentre Alfano sarebbe sponsorizzato dalla Lega Nord. Entrambi questi nomi, però, non otterrebbero il placet di Bersani, e quindi Casini, che ritiene indispensabile l’adesione del Pd alle larghe intese, non potrà accettare la proposta Letta o Alfano. Una nuova legge elettorale e misure Ue con Monti  a capo di un governo tecnico,  resta al momento una delle ipotesi più gettonate dalle opposizioni, ma non è certo facile da realizzare. Un tal tipo di governo garantirebbe la possibilità di proseguire la legislatura, almeno per approvare i provvedimenti considerati più importanti. Prima di tutto il rilancio dell’economia, a partire dalle misure richieste dall’Europa, poi la nuova legge elettorale invocata dai tanti che vogliono eliminare il Porcellum e dal Terzo polo, principale avversario del referendum perché resusciterebbe il vecchio Mattarellum bipolarista. Presuppone però una coesione complicata da creare fra tutte le forze dell’opposizione e il via libera di una parte del Pdl ben più consistente dell’attuale pattuglia degli “scontenti”. La sua durata sarebbe legata al termine naturale della legislatura (primavera del 2013), anche se c’è chi è disponibile a chiudere anche un anno prima, se si dovesse approvare in tempo la nuova legge elettorale. E, ancora, sarebbero i mercati pacificati da un governo sostenuto principalmente da una sinistra che già fa distinguo e solleva obiezioni sulle indicazioni della Ue? In caso, invece, di elezioni anticipate, comunque si andrebbe al voto a febbraio o addirittura marzo e passare altri quattro-cinque mesi nelle pesti, non è cosa semplice per un Paese già sotto pressione, come il nostro. Vi è anche una terza possibilità, e cioè che Berlusconi ce la faccia ancora, magari facendo “un passo laterale” (come gli ha consigliato Bossi) e mettendo al suo posto o Letta o Alfano. Ma, in questo sventurato caso, sarà costretto a vivere un fine legislatura da incubo, per quanto riguarda la maggioranza parlamentare, dato l’elevato rischio di continue imboscate in Aula e quindi la quasi impossibilità di far approvare le riforme necessarie per fare ripartire l’Italia. Un varco per una maggiore stabilità potrebbe aprirsi solo con un dialogo serrato con l’Udc, nel tentativo di convincere il partito di Casini ad entrare nella maggioranza, data la situazione di stallo che comunque si creerebbe dopo una pur ridotta vittoria di Pdl e Lega in Parlamento. Intanto le borse macinano miliardi, il tempo passa e l’orizzonte si incupisce, mentre il foglietto di appunti di Berlusconi, scritto ieri mentre si votava, si riempie di segni sempre meno chiari, anzi, del tutto incomprensibili. 

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