Berlusconi, da mercoledì il libro di Brunetta sul complotto

"Con un giorno d’anticipo, rientro in Italia, 2 novembre 2011. Giusto per l’ufficio di presidenza del Pdl in cui si decide di andare avanti, di presentare il decreto sviluppo: le vitamine dopo tanti antibiotici. Matteoli, Romani e io confermiamo che il testo del decreto è pronto e correttamente l’avevamo inviato al ministero dell’Economia e delle finanze, perché lo facesse proprio. Però dal Mef non avevamo avuto alcun cenno di vita, tanto meno dal ministro". Lo scrive Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, anticipando a "Il Giornale" alcuni passaggi del suo ultimo libro "Berlusconi deve cadere. Cronaca di un complotto", in edicola da mercoledì.

"Come era prassi, inoltre, il decreto era stato mandato al presidente della Repubblica e c’erano voci di difficoltà. Veniamo informati di questi intoppi quirinalizi da Gianni Letta, ma decidiamo comunque di portare il decreto in Consiglio dei ministri. Decreto? Ovvio. La Costituzione lì dove autorizza i decreti, sembra stata scritta un attimo prima, proprio per questo caso".

"All’uscita dall’ufficio di presidenza del Pdl, il premier Berlusconi mi chiede di chiamare il presidente della Repubblica per capire la natura e la rilevanza delle difficoltà. Il presidente Napolitano mi dice ruvidamente: ‘Ma chi vi ha detto di fare un decreto? Fate piuttosto un maxiemendamento alla legge di Stabilità’. Ho la risposta pronta e vera: ‘Ce lo chiede l’Europa. Berlusconi domani ha il G20 di Cannes, non è che possa andare a spiegare che le politiche di sviluppo e le riforme sarebbero state un maxiemendamento’. Napolitano inamovibile dice: ‘Dimmi, Brunetta i nomi dei capi di Stato e di governo che in Europa ci chiedono il decreto che li chiamo io uno per uno’".

"Ci trasferiamo a Palazzo Chigi, riferisco a Silvio Berlusconi. Erano arrivate nel frattempo le otto. Comunicazione di Gianni Letta in esordio: il decreto non sarebbe stato controfirmato dal presidente della Repubblica. Il verbale del Consiglio si chiude così. Berlusconi andò inerme al G20 di Cannes. Più ci ripenso, più resto ammirato davanti a quel sacrificio consapevole, assunto adempiendo fino infondo alla sua missione. Eppure in lui c’era quell’ingenua baldanza di chi sa di essere sul lato giusto della storia".

"Quella sera del 2 novembre si fece molto vivo Giuliano Ferrara, scuotendoci dalla desolazione. Con una telefonata in pieno Consiglio sostenne con la nota gagliardia la tesi della prova di forza con il Quirinale. Diceva che se avessimo abbozzato sarebbe stata la fine. Lo è stata, aveva ragione".

"Ecco dov’era finito Tremonti quel pomeriggio in cui telefonai al capo dello Stato. Non ho mai saputo se Tremonti fosse seduto davanti a lui, convinto che a essere stato tradito era proprio lui, e da noi tutti, soprattutto da me. Resto convinto della buona fede di Giulio. Era convinto che la sua pozione di rigorismo assoluto avrebbe salvato l’Italia e il mondo. La cattiva scienza di Tremonti gli ha dettato pessime azioni. In quei giorni aspettava sulla riva del fiume, prima fosse scivolato sulle acque il cadavere del governo, prima si sarebbe verificato quel che doveva accadere. La fine di un’epoca e l’inizio di una nuova, dove forse c’era un cavallo bianco pronto per essere montato da Giulio", conclude Brunetta.

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