Basta con le Archistar (pure straniere) – di Roberto Pepe

Romani, udite: l’architetto destrutturista americano Frank Owen Gehry, bevendosi un drink, dopo aver visto il Maxxi dell’iraniana Zaha Hadid, ha preso la decisione di donare il proprio archivio californiano a “questi romani”. Grazie Frank di tanto onore! Quelli del Maxxi non ci credono ancora e noi romani ne sentivamo la necessità. Ho sentito un romano, che allo stesso bar, ha mormorato: “Mecojoni!”. Certo,  costerà e non si sa dove prendere i soldi, visto che neanche allo spagnolo Santiago Calatrava gli è andata bene con tutte le offerte sfumate ultimamente e le piscine senz’acqua. Potremmo sentire l’americano Richard Meier, quello che ha reso l’Ara Pacis simile ad una stazione di autolavaggio o che non ha finito quelle pareti a volta di una Chiesa romana; oppure potremmo interpellare i più grandi strutturisti al mondo: Oscar Niemeyer con Josè Sussekind visto che a Ravello nessun architetto italiano sa costruire un bunker nel paradiso amalfitano… D’altronde gli architetti nostrani – quelli normali – non possono assolutamente versare lacrime di coccodrillo, visto che in quanto ad archistar non scherziamo: a Foligno si celebra un Cubo di cemento al posto di una Chiesa ed a Roma ci si ritrova in un “bacarozzo de lamiera” per sentire musica, ma dove non può essere rappresentata un’opera lirica. Dove trovare la soluzione per far felice Gehry, che, per conto mio, non sa dove allocare la propria mercanzia e cerca qualcuno che abbocchi? Ecco! Potrebbe pensarci l’onnipresente Bonito Oliva, sostenitore della “Transavanguardia italiana” che protegge e sostiene tutte queste menti eccelse, ma, attenzione, con soldi  propri, non certo con quelli dei romani che, a Roma, pagano pure le “nuvole”, oltre che la neve!

Ma a proposito, … il Cratere di Eufronio, la Venere di San Giovanni con oltre duecento reperti e la Venere Morgantina: tutte opere restituite dagli Stati Uniti, che fine hanno fatto?  Noi in Italia siamo già pieni di vasi, statuette…  Ma non sarebbe più logico se fossimo “noi” a donare (sotto la formula del prestito fisso) i nostri archivi agli altri? Quantomeno farebbero una gratificante pubblicità culturale di richiamo e … “aggratis”.

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