Aziende italiane all’estero e made in Italy, il caso Simest – di Enrico Cisnetto

Anche nelle sedi istituzionali, come nei media, va di moda una controproducente competizione demagogica su chi "denuncia" di più, alzando inutili polveroni alla ricerca del consenso. Ultimo oggetto di "denuncia" è la Simest, una società pubblico-privata che sostiene le esportazioni delle imprese italiane nel mondo, che dal 1991 registra oltre 1.200 progetti in 93 Paesi, per circa 26 miliardi di investimenti e 53 miliardi di finanziamenti.

Alla Camera, dopo le interrogazioni della Lega Nord (primo firmatario Paolo Arrigoni) e del Movimento 5 stelle (Serenella Fuksia), ora anche il Pd (con Emanule Fiano), sembra non voler essere da meno. Tutti a chiedersi come Simest "utilizza i risparmi degli italiani" e "se non favorisca la delocalizzazione a scapito dell’occupazione in Italia".

Eppure, già nel giugno 2012 Gabriella Giammanco, allora deputato del Pdl (ora Forza Italia), aveva sollevato analoghe questioni in Parlamento, e le risposte erano state date fin da allora. Evidentemente, è bene ribadirle. Simest non può favorire la delocalizzazione. A vietarlo c’è sia la legge 80/2005, sia le direttiva del Mise del marzo 2012 per la tutela dei prodotti italiani del settore dell’agroalimentare.

Ma il vero tema, poi, non è contrapporre l’occupazione in Italia con lo sviluppo dell’export, perché nel mondo globalizzato è palese che il mercato di riferimento sarà sempre di più fuori dai confini nazionali.

Allora, forse, dovremmo interrogarci – al contrario – su come favorire ulteriormente, con nuove risorse, la Simest, che oggi aiuta più di 7.000 aziende, di cui il 64% Pmi, a penetrare i contesti lontani e spesso assai complicati. Un supporto necessario per realtà imprenditoriali spesso medie e piccole, che altrimenti non avrebbero gli strumenti.

Per esempio, come spiega l’amministratore delegato di Simest, Massimo D’Aiuto, "tolti gli effetti dell’export il pil nel 2012 sarebbe calato del 5% e non del 2,4%". In effetti, senza i 476 miliardi fatturato derivanti dalle esportazioni oggi la situazione sarebbe molto più drammatica. Allora invece di fare demagogia, è bene guardare la realtà.

Gli strumenti finanziari con cui la Simest sostiene l’internazionalizzazione delle imprese italiane all’estero non vengono dal "risparmio postale degli italiani" (la Cdp è entrata solo nel novembre 2012 e comunque non usa quel canale per capitalizzare la Simest, che controlla al 75%), ma sono bensì il frutto di oculate strategie, che fanno fruttare il capitale. Il bilancio 2012, con 13 milioni di utile netto, registra la miglior performance gestionale dalla nascita dell’attività, nonostante dal 2008 gli utili siano comunque cresciuti del 30%.

Insomma, la società guidata da D’Aiuto piuttosto che spendere soldi pubblici, li investe con ricavi, economici e sociali. È evidente, infatti, che la Simest, come player di export credit, di partner nell’equity, di venture capitalist, non butta danari, ma anzi li fa guadagnare, in una perfetta coincidenza di interessi pubblici e privati, visto che esalta tanto le funzioni pubbliche di facilitatore quanto quelle private di operatore del mercato capace di produrre utili.

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