Archistar o architetti del popolo? – di Roberto Pepe

Prima del ’66 alla facoltà di Architettura di Venezia ascoltai un professore che  disse durante una lezione: “Per essere un buon architetto bisogna essere di sinistra”. Erano gli anni in cui il professor Architetto Vittorio Gregotti vinse un concorso a Palermo col progetto “ZEN” – acronimo di  Zona Espansione Nord -, inserito nei Piani di Edilizia Economica Popolare, progettato secondo il disegno di "edificio unico” e  quando Le Corbusier presentò il proprio progetto del nuovo Ospedale civile a Venezia, opera che (fortunatamente) non fu mai realizzata. A proposito di questo lavoro, uno studente, allora, domandò al grande architetto: ma come farà a pulire i vetri delle finestre dalla parte esterna dell’ospedale, se sono fisse ed irraggiungibili facilmente, proprio a Venezia, dove la salsedine oscura e sporca tutti i giorni dell’anno? Scoppiò l’eterna diatriba che è il nocciolo delle discussioni in campo architettonico.

Una tesi diceva: l’architetto è fondamentalmente un artista che progetta, componendo artisticamente un volume e sarà compito dell’ingegnere trovare le migliori soluzioni tecniche risolutive, sia in campo costruttivo che manutentivo per rendere fruibile e funzionale la costruzione. L’opposta tesi enuncia che l’architetto è, in primis, un progettista a tutti gli effetti di una struttura architettonica già studiata e pre-adattata alle esigenze dell’utilizzatore,  concepita in modo artistico, ma resa concettualmente efficiente a priori con l’apporto dei calcoli dell’ingegnere. Sta di fatto che tra  i sostenitori dell’Architetto asservito all’idea funzionale della costruzione e quelli dell’artista che crea spazi da riempire poi, passa tutta la filosofia dell’Architettura.

Nell’interessante intervista di Zincone su Sette, l’architetto Gregotti, ormai noto per la costruzione di quella deprimente casbah che è il quartiere popolare dello Zen palermitano, enuncia, comunque, delle verità inconfutabili: gli architetti odierni (le archistar) sono un pretesto per gli affari dei costruttori… Prevale la logica mercantile. Sparisce la logica sociale e quella architettonica…  “Non mi piace l’idea della firma architettonica – afferma – che acquisisce un valore di mercato indipendentemente dal progetto. Detesto l’idea di un edificio che diventa strumento di marketing o che viene concepito come fosse un gigantesco pezzo di design che prescinde da che cosa c’è intorno” …  “Ma la colpa è degli architetti?” -domanda Zincone-  “No.  Spesso –risponde l’architetto- è la politica a far decidere agli architetti di disegnare edifici da star, bizzarrie di superficie…”.

Bisogna riconoscere, pur tuttavia, che ogni architetto “arrivato” si senta depositario della verità artistica sulle forme abitative da eseguire e da imporre agli abitanti e che cerchi di scaricare proprie responsabilità, ma che i politici non capiscano assolutamente niente di urbanistica è arcinoto, anzi,  tanto più gli amministratori pubblici sono ignoranti in materia, tanto più si sforzano di avvalersi degli eccessi costruttivi e delle pazzie espressive dei “noti” e “International up-to-date archistar”, onde apparire, comunque, impegnati culturalmente ed essere ricordati a tutti i costi sia nel bene che nel male.

Esempi di ultime assurdità e soldi spesi in maniera forsennata? La mostruosità, seguita da rivolta popolare, di un enorme  Cubo di cemento armato (che dovrebbe essere una chiesa)  costruito a Foligno dall’eccelso Massimiliano Fuksas. Non parliamo ancora dell’enormità di soldi spesi per la sua Nuvola di vetrocemento all’EUR (dove una volta parcheggiavo la macchina… ). La teca di Mayer che assomiglia più ad un’officina lavaggio e distributore carburanti (ma perché non si poteva rifare quella di Morpurgo, più consona alla romanità locale).  L’auditorium di Renzo Piano, detto a Roma “er bacarozzo de fero” un volume senza forma, assomigliante ad una copertura di baracca fatiscente e, soprattutto, inadatto all’interno ad essere utilizzato per qualche rappresentazione con scenografie di tipo operistico. L’assurdo museo del 21° secolo, Maxxi di Zaha Hadid, dove, come afferma lo steso Gregotti, c’è più superficie di percorso che superficie espositiva: un’area, insomma che non serve assolutamente a niente, ma costosissima. L’assurdo  bunker-hangar-auditorium di Ravello costruito senza neanche che l’architetto brasileiro firmatario dell’opera, Oscar Niemeyer, abbia fatto un sopralluogo nella splendida costiera amalfitana. Egli si è limitato a tracciare delle curve (suo vezzo riconoscibile) su di un foglio ed è stata partorita l’opera geniale… sulla quale una pubblicità recita: “Chi vede l’Auditorium deve rendersi conto che si trova davanti un qualcosa di unico e speciale”. Sugli errori costruttivi di calligrafia architettonica che Calatrava ha commesso progettando il Ponte di vetro a Venezia, stendiamo un velo pietoso per la mia povera città. Tutti i ponti a Venezia hanno un ritmo di salita e discesa: bastava fare qualche passo su e giù per i ponti, dalla Stazione a S.Elena  per rendersi conto della musicalità dalla pedata. Quello di Calatrava, in gergo musicale, è: “squadrato”.  Come, in generale i lavori di questi presuntuosi e costosissimi Archistar.

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