America inospitale per gli autori d’Italia

«La sorte degli autori italiani in America», spiega Jonathan Franzen, «affligge tutta la letteratura europea tradotta, con l’eccezione di giallisti quali Stieg Larsson. La gente oggi ha meno tempo di leggere rispetto a trent’anni fa e gli autori stranieri non sono in grado di sottoporsi al tipo di promozione necessario per far arrivare un libro nel radar culturale».

Due rispettate autrici, Erica Jong e Cynthia Ozick, concordano. «Gli editori americani», osserva l’autrice di Paura di volare, «sono assillati dal passaggio epocale dalla carta stampata agli ebook. Non vogliono spendere, non si prendono la briga di tradurre una lingua che ignorano e non sanno quel che perdono». «Gli autori tradotti sono le star», le fa eco la Ozick, «e a volte ci potrebbe essere un pregiudizio politico che spiega come mai David Grossman arriva e Aharon Megged no».

I dati forniti dal Nielsen BookScan (che assicura di «coprire il 75 per cento del mercato librario») lasciano sbigottiti. Secondo l’autorevole società di ricerca, dal 2001 ad oggi Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi negli Stati Uniti ha venduto mille copie, contro le 5 mila di Le nozze di Cadmo e Armonia di Roberto Calasso, mentre dal loro debutto Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno e Non ti muovere di Margaret Mazzantini sono fermi intorno alle 2mila copie. Vita di Melania Mazzucco è a quota 3 mila.

La sconcertante hit parade pone un interrogativo: com’è possibile che tanti autori italiani di bestseller, rispettati dalla critica e amati dai lettori, non riescano ad affermarsi nel più importante mercato in lingua inglese? «Nielsen non considera le vendite delle librerie indipendenti, principali fornitori di testi tradotti», replica Maria Campbell, presidente dell’agenzia di consulenza letteraria internazionale Maria B. Campbell Associates. Un fenomeno ben più radicato negli States che in Italia. «Per sopravvivere alla concorrenza dei colossi, le librerie indipendenti hanno saputo sviluppare anticorpi», aggiunge Sandro Ferri, editore di Europa Editions, «migliorando l’offerta». Jonathan Galassi, presidente e publisher della Farrar, Straus & Giroux, contesta le statistiche: «Le nozze di Cadmo e Armonia ha venduto oltre 25 mila copie: un grande successo. Più o meno come Gomorra di Roberto Saviano e La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano. L’unico italiano che di recente ha superato quella soglia è Beppe Severgnini». Un autore amatissimo negli Usa, come attestano le cifre: 75.661 per Ciao, America e 60.012 per La bella figura fino al giugno 2010.

«BookScan» sottolinea Barbara Epler, publisher della New Directions, «è una ditta giovane. Sostiene Pereira, un nostro titolo, ha venduto oltre 9 mila copie, tascabili inclusi». Ma anche con le dovute rettifiche, si tratta di numeri esigui, considerando la vastità del mercato Usa e le vendite degli stessi autori in patria. «Questi dati», afferma Nicola Gardini, scrittore e docente di letteratura comparata ad Oxford, «non dipendono dal disinteresse degli editori. L’America è un Paese che traduce poco da qualunque lingua, perché è pieno di narratori di primo livello e importa solo opere uniche e nuove per il mercato Usa». Ecco perché solo il 3 per cento dei libri pubblicati in America sono testi tradotti, dei quali l’1 per cento poesie e romanzi. «La percentuale che non vota, 50 per cento, è identica alla quota di popolazione che non si è mai recata in libreria», incalza la Epler. «Il libro più letto è la Bibbia, ma dubito che gli americani sappiano che si tratta di una traduzione».

Nell’intimo e colto universo dell’editoria Usa molti esortano a non confondere letteratura e commercio. «L’arte non è sempre sinonimo di quantità», avverte Galassi, uno dei più fervidi sostenitori della letteratura italiana oltreoceano, «e occorre avere pazienza. Ci vuole tempo per far conoscere al pubblico americano la grandezza di Montale o Leopardi: una sfida che come editore io sono felicissimo di intraprendere». Dello stesso avviso Judith Gurewich, proprietaria della casa editrice Other Press, che rappresenta autori quali Erri De Luca e Mario Calabresi: «Io non comprerei mai un libro soltanto perché è un bestseller in patria: mi faccio guidare piuttosto dalla forza della scrittura e dall’originalità dei contenuti. La traduzione non è mai stata un ostacolo alla vendita di un libro».

Autori italiani che hanno raggiunto un inaspettato e straordinario successo nel difficile mercato in lingua inglese dopotutto abbondano. Basti pensare a Tomasi di Lampedusa, Primo Levi, Italo Calvino, Umberto Eco e Oriana Fallaci, tutti riconosciuti autori di bestseller anche qui in America. Per affermarsi sul mercato Usa aiutano la conoscenza dell’inglese e l’abilità di articolare un messaggio comprensibile agli americani. «È il caso di Giordano», nota la Campbell, «molto conosciuto nelle manifestazioni letterarie internazionali, anche per come riesce a comunicare con il pubblico, qualunque esso sia». Per Pamela Dorman, vicepresidente e publisher di Viking Books, l’incontro con Giordano è stato amore a prima vista. «Mi ha stregata l’idea di un fisico 27enne capace di scrivere nel suo tempo libero un libro tanto emozionante», racconta la Dorman che, dopo aver acquistato i diritti dall’editore britannico Transworld, ha commissionato addirittura una seconda traduzione in inglese, «per americanizzare il testo».

A dar filo da torcere agli italiani, secondo Terry Karten, executive editor di HarperCollins, sono soprattutto gli scrittori francesi e spagnoli, oggi i più tradotti in America. Basti pensare allo straordinario successo di L’eleganza del riccio della francese Muriel Barbery (Europa Editions, oltre un milione di copie). O al «ciclone Bolaño». «La Farrar, Straus & Giroux ha lanciato uno straordinario blitz pubblicitario per promuoverlo», nota la Epler, «spingendolo attraverso social network e Internet, facendo circolare una foto dell’autore a vent’anni. Così ha creato un nuovo mito stile James Dean».

Persino il premio Nobel oggi non è più una garanzia di vendite. «I lettori americani», osserva Paul Kozlowski, comproprietario di Other Press, «hanno un’avversione per gli scrittori politicizzati. Per questo Dario Fo non ha mai veramente attecchito». Le mode letterarie, secondo Kozlowski, seguono corsi ciclici: «In passato si sono prediletti autori sudamericani e del realismo magico. Con il crollo del muro di Berlino è subentrata l’Europa dell’Est, poi la Cina e i suoi dissidenti e il Giappone in quanto potenza economica emergente. Dopo India e Scandinavia, tocca agli autori arabi e africani».

Sarà mai il momento dell’Italia? Alessandra Lusardi, editor di Viking Penguin, è ottimista: «Per quanto mi riguarda, ho all’orizzonte diversi autori di talento. Benché italiani per tematica e ambientazione, posseggono qualità universali che tutti possono amare». A partire da Acciaio di Silvia Avallone, che la Lusardi ha convinto il suo direttore ad acquistare, dopo averlo letto in lingua originale.

Ma editor come lei sono una rarità. «Uno dei motivi della scarsa diffusione di autori stranieri in Usa sta nel fatto che ci sono poche persone nelle case editrici americane che conoscono le lingue e le culture di altri Paesi», sostiene Ferri. La cattiva traduzione di un estratto – cartina al tornasole per gli editori – significa la morte di un libro. Proprio per questo i traduttori sono ciò che la Campbell definisce «gli eroi non celebrati del processo che porta alla vendita di un libro straniero».

Eroi sottopagati, se è vero, come spiega la Epler, che «per la scheda riassuntiva di ciascun libro straniero paghiamo dai 50 ai 100 dollari». «Basti pensare che un traduttore ha trasformato il riso in bianco della poesia di Milo De Angelis in laughter in white, risata bianca», ironizza Michael Moore, responsabile del fondo per le traduzioni del Pen, che, dopo aver tradotto Caos calmo di Sandro Veronesi, sta curando una nuova edizione dei Promessi sposi.

Uno dei tasselli cruciali di questo difficile processo è rappresentato dai contributi governativi. Unico problema: l’Italia è considerata tra le nazioni meno generose d’Europa. «Spagna, Germania, Svizzera, Giappone e Francia si danno molto da fare per promuovere i propri autori all’estero», afferma la Epler. «Abbiamo ricevuto inviti a incontrare gli autori a casa loro da Argentina, Ungheria, Australia, Turchia, ma non dall’Italia».

Assediato da ben altri problemi, il nostro Paese ha abdicato al suo ruolo di promotore delle patrie lettere. «L’Italia oggi è tranquilla dal punto di vista letterario, al contrario del periodo della guerra fredda, quando si era imposta come centro del dibattito internazionale», osserva Galassi, che vorrebbe vedere «più collaborazione e meno competizione» fra le tre istituzioni culturali italiane a New York: Istituto italiano di cultura, Casa italiana Zerilli-Marimò e Accademia italiana.

Ma forse non basta. «L’interesse per la nostra letteratura in America», avverte Gardini, «è calato proporzionalmente alla diminuzione del prestigio e della credibilità dell’Italia stessa. È avvenuto anche in Inghilterra dove abito e lavoro. L’Italia che l’americano cerca ancora è quella del risveglio postbellico della provincia creativa, gioiosa o anche triste ma comunque non appiattita dal perbenismo e dal qualunquismo attuali».(corriere.it)

 

 

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