Addio a Mino Martinazzoli – di Carlo Di Stanislao

La morte è arrivata nel pomeriggio del 4 settembre, all’età di 80 anni, per Mino Martinazzoli, l’ultimo segretario della DC ed anche, secondo molti, l’ultimo dei dorotei.

Nelle  elezioni del 1994 il Ppi prende  l’11% dei voti: gli anni successivi dimostreranno che con percentuali inferiori si puo’ benissimo influire sulle scelte della politica, ma all’epoca l’interpretazione dominante e’ che l’esperimento martinazzoliano non e’ riuscito. Berlusconi, vincitore delle elezioni con una maggioranza che non e’ tale al Senato, tenta di avviare proprio con il Ppi un dialogo simile a quello che, adesso, ha portato alla nascita dei Responsabili. Lui dice no, si oppone, e l’ha vinta. Ma alla fine cede anche lui alla sensazione che per i cattolici non ci sia piu’ niente da fare, e si dimette, con un fax, dalla segreteria. Il Ppi si avvita in una storia di scissioni, battaglie legali e successive incorporazioni in liste spurie e partiti dal nome botanico. 

Martinazzoli guarda da lontano. Si candida sindaco a Brescia, vince, fa pensare che si tratti del primo passo di un ritorno. Invece a Roma non torna piu’. Si candida si’ nel 2000 contro Roberto Formigoni alla presidenza della regione Lombardia, ma viene travolto: 70 a 30. E’ il suo ultimo atto di fede verso il centrosinistra: in reazione al confluire del PPI nella Margherita, si schiera nel 2004 con Clemente Mastella, uno dei fondatori dieci anni prima del Ccd, con l’Udeur: e’ tutto quello che rimane di quello che una volta era un partito cattolico chiamato Democrazia Cristiana.

Oggi, a 80 anni, esce di scena. Ma lo fa non prima di aver assistito allo spettacolo di un mondo cattolico quasi pentito di aver rinunciato frettolosamente alla propria unita’, ed impegnato faticosamente a cercare la via che porti a dove lui voleva. Alcuni lo consideravano l’uomo che seppellì la DC non comprendendo la novità del maggioritario e, certamente, come ricorda su La Stampa Marcello Sorgi, calati nella realtà dei collegi uninominali, i dieci milioni di voti raccolti quell’anno dal suo nuovo-vecchio partito fruttarono solo qualche decina di parlamentari, un numero insufficiente a formare una maggioranza di centrosinistra e a bloccare l’avanzata impetuosa del centrodestra.

Certamente va detto che, mentre altrove – vedi la Germania – i cattolici erano usciti vincitori dal passaggio epocale del 1989, che aveva travolto di lì a poco tutto l’universo comunista dell’Europa dell’Est, in Italia lo stesso terremoto aveva atterrato lo Scudocrociato, dopo che per decenni aveva sbarrato la strada del governo al Pci. Il quale Pci inoltre, benché chiari fossero i rapporti, anche finanziari, con Mosca e con il regime del Cremlino, sopravviveva seppur sconfitto, lasciando alla Dc, e ai suoi storici alleati dei governi di pentapartito della Prima Repubblica, l’indecoroso conto di Tangentopoli da pagare.

Uomo colto, profondamente cattolico,  brillante, dotato di una personalissima oratoria infiorata di citazioni, più volte ministro, capogruppo, alla guida di commissioni parlamentari di inchiesta, Martinazzoli era nato e cresciuto nella temperie della sua Brescia, alla scuola del prete partigiano don Primo Mazzolari e della sinistra Dc di Alberto Marcora, che faceva, appunto, dell’essere cattolica di sinistra il proprio tratto distintivo, e in questo si divertiva a competere con l’avversario-amico comunista.

Ha scritto in un suo recente libro di memorie (concepito in stile di intervista con Annarita Valle ed intitolato non casualmente “Uno strano democristiano”), di vedere nel “fantasma politico di oggi” la necessità di rintracciare una “parvenza di contenuto morale”.

Alto, magro, l’andatura dinoccolata di certi attori dei vecchi western, il viso sempre segnato da un’espressione sofferente, Martinazzoli parlava quasi sempre per ultimo, prima dell’anziano Benigno Zaccagnini, il leader che aveva rinnovato il partito dopo la crisi del divorzio e di metà Anni Settanta e poi vissuto in prima persona la tragedia di Moro, di cui portava i segni nella figura curva e nel bastone esile a cui si appoggiava. Forse fu anche per questo che a un certo punto, all’interno della Dc, si cominciò a parlare di Martinazzoli come del "nuovo Zac". Ma l’aria era ormai cambiata e nulla sarebbe stato come prima.

La sua carriera politica inizia nella Brescia moro-dorotea di Pedini e Salvi e si sposta, poi, verso l’area dorotea, ponendosi al centro della dialettica tra le anime del partito, collocata  tra una destra interna di scarsa rilevanza ed un’area di sinistra molto influente, in rappresentanza dell’elettorato cattolico moderato e gli interessi del ceto medio preoccupato dalla minaccia comunista. Ma ora, tutto questo, si situa in un’altra, lontanissima epoca, con ben altre biografie umane, e resta a noi il dubbio se Martinazzoli, nei fatti, non fosse stato profondamente moroteo, dal momento che scriveva del “rosario, di gioie e dolori per quelli che hanno camminato, camminano e cammineranno nello splendore della terra”, aggiungendo, prima della resa, la visione lirica di don Mazzolari, quando celebra il ritorno dalla Prima guerra mondiale: “Pietà per noi, pietà per voi, pietà per tutti…”. A cui si congiunge, come in un verso salvifico vagante nello spazio, la dedica di Moro alla sua Noretta, fatta propria da lui per la sua Giuseppina: “Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce sarebbe bellissimo”. Altri tempi ed altri uomini davvero che, anche se diversi negli ideali, non potevano non essere degni di stima e rispetto.  

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