25 aprile, liberazione e impunità di molti carnefici rossi – di Simona Aiuti

Ogni 25 aprile c’è un grande sventolio di bandiere rosse, ma rosse di sangue direi e di un sangue che mai conobbe giustizia. Tanto i partigiani comunisti che i miliziani fascisti combattevano per la bandiera di due opposte dittature, una rossa e l’altra nera. Entrambe le ideologie erano autoritarie, ma la storia ha condannato senza tribunale solo il fascismo. Non si può rifondare quel partito, ma perché esiste quello comunista che fu tanto sanguinario?

Le avverse ideologie spingevano uomini e donne a fanatismi opposti, uguali e contrari. Era un odio che escludeva la pietà e giustificava qualunque violenza, anche la più atroce. I rossi partigiani uccisero persone innocenti e inermi sulla base di semplici sospetti, spesso infondati. Provocarono delle rappresaglie dei tedeschi, sparando e poi fuggendo. Torturavano i fascisti catturati prima di sopprimerli. E quando si trattava di donne, si concedevano il lusso di tutte le soldataglie: lo stupro, spesso di gruppo.

La Resistenza si macchiò quindi di molti orrori. Quelli che il presidente della Repubblica Napolitano ricorderà nel suo primo messaggio al Parlamento, il 16 maggio 2006, con tre parole senza scampo: “Zone d’ombra, eccessi, aberrazioni”.  Fatti taciuti per decenni, per opportunismo politico che imponeva di esaltare la lotta partigiana. La finta morale del Pci si svela oggi retorica e bugiarda.

I numeri come si è visto non sono pochi, pensiamo anche all’eccidio dei conti Manzoni, compiuto da alcuni partigiani comunisti nella notte tra il 7 e l’8 luglio 1945, di quattro appartenenti alla famiglia Manzoni e della loro domestica. Dopo l’omicidio, i cadaveri furono occultati e la villa di famiglia saccheggiata. Furono 8000 nella sola provincia di Torino, e 5000 nella città capoluogo.

Nella Provincia di Aosta furono trucidati una cinquantina di persone, a Cuneo seicento, ad Alessandria trecento, a Novara ottocentocinquanta e a Vercelli circa un migliaio. In provincia di Asti ci furono duecento vittime. In Lombardia, circa 8000 fascisti o presunti tali furono fucilati, dei quali 3500 a Milano, e 4500 nella provincia. Per la precisione 730 nel Comasco, 250 in Valtellina, 800 nel Bresciano, 370 nel Bergamasco, 450 nel Pavese, 300 nel Varesotto, 100 nel Cremonese, 80 in provincia di Mantova.

Su Vercelli e Torino operò la banda partigiana di Francesco Moranino detto “Gemisto”. Ricordiamo anche il massacro di 33 persone attuato dai partigiani a Graglia, in cui morirono non solo il gruppo del 2° Raggruppamento Allievi Ufficiali, ma anche delle mogli.

Il 27 aprile, la colonna degli ufficiali combatté contro i partigiani delle Brigate Garibaldi, poi, esaurite le munizioni, dopo 14 ore di lotta, dovettero arrendersi con garanzia della vita, ma il 2 maggio furono prelevati a gruppi di sei e uccisi barbaramente. Anche due donne, mogli di due ufficiali, furono trucidate.

Una di esse, la signora Della Nave, implorò i guerriglieri di aver salva la vita, perché incinta di sei mesi. Come risposta la spintonarono a terra e le scaricarono addosso una sventagliata di mitra senza alcuna pietà per la creatura che aveva nel ventre. Dunque, nessuna legge di guerra, e nessuna legge umana frenò i partigiani nella loro bestiale furia omicida. L’ordine della strage provenne da Silvio Ortona detto “Lungo”, divenuto poi deputato del PCI, quindi impossibile da processare per via dell’immunità. Esecutore materiale del massacro fu il partigiano comunista Amorino Salza detto “Mastrilli”.

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