‘Berlusconi scese in campo, Grillo in camposanto’: l’intervento di Filippo Facci

BEPPE GRILLO

Questo articolo di Filippo Facci è da leggere tutto d’un fiato. Lo dedichiamo a tutti coloro che, forse perché troppo stanchi e delusi dalla politica e dai partiti tradizionali, vedono in Beppe Grillo la novità, la luce, l’unica possibilità di riportare in Italia un po’ di buona politica; non sapendo che, votando Movimento 5 Stelle, potrebbero invece contribuire soltanto a creare ancora più caos nel nostro BelPaese. Il comico genovese non è certo la soluzione ai problemi dell’Italia, anzi.

Giornalista e scrittore, Filippo Facci lavora a Libero, il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro. Facci ha collaborato con il Foglio, il Riformista e Grazia. È autore di “Di Pietro, La storia vera”. Qui di seguito il suo pezzo, tratto da Libero: un articolo così su Beppe Grillo non l’avete mai letto.

Fermi tutti, Marco Travaglio ha lasciato la sua scrivania-patibolo e ci ha mostrato finalmente un’intervista coi controcazzi, di quelle che i colleghi maggiordomi non sanno fare perché «non fanno domande», insomma una cosa da insegnare nelle scuole, un forcing da mandare a letto i bambini, un micidiale passante che diverrà, presto, predicozzo da Santoro e pezzo di libro e di altro libro e ancora post sul blog e poi video in dvd e su youtube e spettacolo teatrale e raccolta differenziata di De Magistris.
 
Cioè: Travaglio ha intervistato Grillo sul Fatto, mica bau-bau micio micio, ed eccovi subito un campionario di domande che spaccano, spiazzano e torturano: 1) «I partiti preparano liste civiche»; 2) «Il rischio è che fra qualche mese scavalchiate il Pd»; 3) «Il premier può non essere un parlamentare»; 4) «Poi vi tocca governare»; 5) «Ci vorrà un programma»; 6) «In Emilia brucia l’espulsione di Tavolazzi»; 7) «Bersani dice che vuol dialogare»; 8) «Anche Vendola»; 9) Berlusconi ti sta studiando». La carica rivoluzionaria è implicita: le domande non sono domande, manca proprio il punto interrogativo. È un colloquio, una cosa tra pari (due comici) e quindi non fatevi ingannare, non dite che sono frasette interlocutorie inserite a posteriori in mezzo a un monologo: non è vero, anche perché le domande vere poi ci sono, e sono implacabili. Ne mettiamo solo alcune – le più sanguinose – perché l’intervista era lunga due pagine e figuratevi com’erano ridotte le ginocchia di Travaglio: 1) «Come immagini il prossimo Parlamento?»; 2) «Ma il programma?»; 3) «Non è il caso di prepararsi con una struttura elettiva?»; 4) «Referendum per uscire dall’Europa?; 5) «Se le penali sono alte, l’inceneritore di Parma si fa lo stesso?»; 6) «Vedi mai i dibattiti politici in tv?»; 7) «Non temi qualche polpetta avvelenata?»; 9) «E se fallite?».
 
Marzullo in confronto era Torquemada, ma non dite che l’intervista fa schifo: il cianuro travagliesco è nell’incipit, nell’introduzione copiosa, sentite qua: «Beppe Grillo se la ride mentre strimpella la sua pianola». Un fendente, l’ha steso. Oppure questa: «Arriva il fratello maggiore Andrea, pensionato, la moglie Parvin e i figli più piccoli Rocco, 18 anni, e Ciro, 11». Ecco, è documentato come al solito. E senza verbali. Tra l’altro scrive: «Andrea ha già letto tutti i giornali e fa la rassegna stampa». Ma come, non aveva detto che i giornali non li leggeva? Che sono morti eccetera? Forse compra solo Il Fatto. Detto questo è anche vero: l’intervista fa schifo, ma non è per le domande che ci sono, è per quelle che non ci sono: lo stile Rebibbia di Travaglio è partito per Hammamet.
 
Travaglio ha fatto l’intervista nella villa di Grillo a Sant’Ilario: già che c’era poteva chiedergli della polemicuccia che a suo tempo lo associò ai dirimpettai Adriano e Ferruccio Sansa (rispettivamente ex sindaco di Genova e giornalista de Il Fatto) per via dello scavo di due piscine, e soprattutto del terrazzo di 100 metri quadri che Grillo fece interamente ricoprire. Poteva chiedergli della telenovela dei pannelli solari – pardon fotovoltaici – visto che l’ex amministratore dell’Enel, Chicco Testa, ha detto che «Grillo da solo consuma come un paesino» (20 kilowatt contro i 3 medi delle case italiane, cioè come 7 famiglie) ma che i pannelli al massimo producono 2 kilowatt, buoni per un frullatore. Poi Travaglio ha detto che c’era lì il fratello Andrea, detto Andreino perché è minore benché «pensionato»: poteva chiedergli qualcosa della Gestimar Immobiliare che rivendette a Beppe, così, per trasparenza. Non dico che doveva torchiare Grillo sulla Ferrari cabrio bianca, o su quella rossa, o sull’inquinantissimo Chevrolet Blazer rivestito in legno, o sulle barche, o sulla pubblicità della Yomo e altre sciocchezze pruriginose. In effetti è acqua passata, ed è noto che a Travaglio il passato dei politici non interessa.
 
Né gli interessa lo status giudiziario dei politici: è solo per questo che non ha rivolto nessuna domanda sull’incidente che ha reso Grillo «un pregiudicato» (direbbe Travaglio) per una condanna per omicidio colposo di cui taceremo i particolari. Resta il fatto che Grillo, in inverno, si avventurò in una strada di montagna chiusa al traffico: e morirono in tre, compreso un bambino. Travaglio forse non ha trovato i verbali, ma noi sì. Interrogatorio in aula, anno 1984, domanda: «Quando si è accorto di essere finito su un lastrone di ghiaccio con la macchina?»; «Ho avuto la sensazione di esserci finito sopra prima ancora di vederlo»; «Allora non guardava la strada». In primo grado Grillo venne assolto con formula dubitativa («la vecchia insufficienza di prove», direbbe Travaglio) ma la Corte d’Appello di Torino, il 13 marzo 1985, lo condannò a un anno e quattro mesi col ritiro della patente: «Si può dire dimostrato, al di là di ogni possibile dubbio, che l’imputato risalendo la strada da valle, poteva percepire tempestivamente la presenza del manto di ghiaccio (…). L’esistenza del pericolo era evidente e percepibile da parecchi metri, almeno quattro o cinque, e così non è sostenibile che l’imputato non potesse evitare di finirci sopra», sicché l’imputato «disponeva di tutto lo spazio necessario per arrestarsi senza difficoltà» ma non lo fece, anzi decise «consapevolmente di affrontare il pericolo e di compiere il tentativo di superare il manto ghiacciato. Farlo con quel veicolo costituisce una macroscopica imprudenza che non costituisce oggetto di discussione». Tre morti e un ferito. Più lui. Non andrà meglio in Cassazione, l’8 aprile 1988: pena confermata nonostante gli sforzi dell’avvocato Alfredo Biondi, che poi Grillo avrebbe inserito nella lista dei parlamentari condannati e dunque da epurare: anche se il reato fiscale di Biondi, in realtà, è stato depenalizzato e sostituito da un’ammenda, tanto che, diversamente dal reato di Grillo, non figura nemmeno nel casellario giudiziario. Stiamo tacendo le condanne per diffamazione, naturalmente: quelle le abbiamo tutti, comprese – è il caso di Travaglio – quelle odiosamente prescritte. Prescrizioni a cui Travaglio non ha mai rinunciato.
 
PS: Se Travaglio ha bisogno delle carte, faccia un fischio. A meno che le accetti solo da magistrati. Ma è ghiaccio passato. Sono altre, infatti, le domande che Marco-Elkann-Travaglio poteva fare. No, non quelle più sceme sulla celebre tirchieria di Grillo, tipo il racconto di Antonio Ricci secondo il quale «Io sparecchiavo e, se buttavo via le briciole, Beppe le recuperava dalla spazzatura e ci impanava la milanese». Però poteva chiedergli se sia vero – come confermato in parte dall’Unità del 21 settembre 2007 – che partecipò alla Festa dell’Unità di Dicomano (nel fiorentino) per un cachet di 35 milioni; la sera dello spettacolo, però, poi diluviò e non venne quasi nessuno, sicché di milioni ne incassarono solo 15; i compagni di provincia cercarono di ricontrattare il compenso, ma niente da fare: neppure una lira di sconto. E siccome della segreteria comunista – tutta giovanile – l’unico che aveva una busta paga era tal Franco Innocenti, un 26enne, questi dovette stipulare un mutuo ventennale nonostante avesse la madre invalida al cento per cento. Ghiaccio passato, capito.
 
Scuserete se abbiamo parlato poco, qui, delle risposte «politiche» che Grillo ha effettivamente dato: è che non dice niente. Niente di nuovo. Se non avete letto le due intere pagine d’intervista (succede) ve le riassumiamo qui, se vi fidate. «Non farò il premier». Bene. «I candidati non li scelgo io». Infatti: li sceglie Casaleggio. «Pizzarotti se la deve cavare da sé». E lo sta facendo, meglio: non lo sta facendo, ma da solo. Poi Grillo ha detto che «Saviano, Passera e Montezemolo» gli fanno una pippa (non lo fermeranno, cioè) e ha detto che in sostanza non ha un vero programma; poi ha detto che non c’è democrazia interna, né che ci sarà (in pratica c’è la diarchia Grillo-Casaleggio e il resto è anarchia: e probabilmente è la verità) e ha detto che le alleanze se necessario le faranno, per forza, mentre per i ministri «vedremo». Infine faranno referendum propositivi (ma dovranno cambiare la Costituzione) e l’intento, impossibile, resta quello di uscire dall’euro ma non dall’Europa. Ah, poi ha detto che le pensioni non supereranno i 3000 euro e che le province verranno abolite e i cacciabombardieri tutti venduti. Fanno due pagine. E ora, al minimo, non rilascerà interviste per altri cinque anni. Ma è un problema che a noi giornalisti non riguarda più, perché noi siamo morti, la stampa è morta, l’Europa è morta, la Tav è morta, i treni sono morti, i giornali sono morti, i partiti sono morti, il Parlamento è morto, Michael Jackson è morto, è tutto morto. Berlusconi scese in campo, Grillo in camposanto.

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